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Pezzo a pezzo

Oggi è successa una cosa bella.
Strana, ma bella.
Un paio di settimane fa mi era arrivato su FB un invito a partecipare a un laboratorio di scrittura: due settimane di tempo per scrivere un racconto in prima persona. Tema: Ladri. Limite massimo: 3000 battute.
Ho accettato l'invito perché il tema mi intrigava, ma senza essere sicura di riuscire a finire in tempo: il fine settimana del Master di solito mi succhia via un sacco di energie, e questo mese, non so perché, è andata peggio del solito.
Invece ieri sera mi sono messa di buzzo buono e, un po' come per il racconto per l'antologia World of M/M, dopo venti minuti avevo una storia fatta e finita.
Una storia che mi soddisfaceva pure.
L'ho postata senza aspettarmi grandi riscontri (so che ad alcune persone di quel gruppo non sto particolarmente simpatica) e invece... invece pare che sia risultato uno dei racconti più apprezzati.
Ma roba che perfino una delle persone che sapevo lo avrebbero letto col coltello tra i denti pronte a rinfacciarmi la prima virgola messa storta hanno dovuto ammettere che era "un signor racconto".
La cosa buffa è che mi sono divertita pure a scriverlo, nonostante in realtà di divertente non ci fosse nulla.
Questo fatto ha messo in moto tutta una serie di ragionamenti che hanno trovato una loro logica quando - sempre sia lodato Internazionale - sono incappata in un articolo di Annamaria Testa - sempre sia lodata anche lei e Eco che le ha fatto da maestro. -
L'articolo riguardava il modo in cui leggere romanzi impatta sul nostro cervello modificando la nostra capacità di ragionare: i dati riportati provenivano da svariati studi scientifici, integrati e intrecciati in modo da creare un quadro di insieme ampio e in grado di fornire spunti interessanti.
Tipo quello sulla diversità di impatto dei romanzi di qualità rispetto alle storie puramente di intrattenimento: indipendentemente dal genere di appartenenza, una storia ben scritta è una storia che ti prende e ti catapulta in dimensioni (morali oltre che fisiche) sconosciute, costringendoti allo sforzo di pensare secondo punti di vista che non avevi considerato. In pratica: sei tu lettore che devi sforzarti di star dietro all'autore, immedesimarti in lui e cercare di recepire tutto quello che sta cercando di comunicarti. Con le storie di intrattenimento, invece, è l'autore che ti guida passo-passo in un percorso che segue binari fissi e prevedibili: si provano certamente delle emozioni, ma si è soprattutto rassicurati e coccolati.
Ora, a parte che ringrazio questo articolo anche solo per avermi definitivamente spiegato perché per quanto apprezzi il genere M/M sono davvero pochi quelli che riescono a entrarmi sottopelle, ho rovesciato il ragionamento puntandolo sulla scrittura mettendo per la prima volta a fuoco i problemi che ho con la medesima.
E cioè che devo smetterla di volermi imporre a tutti i costi di scrivere M/M.
Sì, come lettrice è un genere che amo (tra due settimane esce il secondo capitolo di Undertow delle Guilt, che racconta tipo l'origine di TUTTI i problemi psicologici e le fisime mentali di Katsuya, col cavolo che me lo perdo), e come scrittrice è stato il mezzo attraverso cui ho imparato a dare voce ai personaggi maschili.
Ma è anche un grosso, grossissimo limite.
Perché comunque devi ridurre tutto a "Tizio A incontra Tizio B, si innamorano ma prima di vivere felici e contenti devono affrontare/superare una serie di difficoltà" oppure: "Tizio A incontra Tizio B, si innamorano ma succedono una serie di cose brutte brutte e loro soffrono tantissimi e va a finire tutto malissimo."
O comunque devi ridurre tutto a "personaggi maschili bellocci compresi tra i 20 e massimo 40 anni", quando invece il mondo è più ampio.
E comprende cose che vanno oltre le relazioni sentimentali.
Perché è questo che mi è pesato più di tutto, in questi anni, pensare in termini di relazioni sentimentali, quando tizio si innamorerà di caio, e quando faranno sesso, quando magari a me interessava tutt'altro.
Theo e il suo interesse per il corpo umano, Fabio e la difficoltà a troncare una relazione tossica, Alessandro e il suo desiderio di possesso con cui compensava un ego fragile.
E poi c'è questo collezionista ancora senza nome, e Kaji lo scrittore che deve scoprire che il mondo non è come sembra.
Il mio problema con loro è che non hanno bisogno di essere legati da relazioni sentimentali, per essere raccontati.
Sono liberi, possono essere anche vecchi e brutti (Theo) o stravaganti e sopra le righe (Kaji), poveri in canna e disoccupati come Fabio. Possono essere etero e essere sposati/fidanzati senza che questo abbia un ruolo centrale nelle porzioni della loro storia che ho voglia di raccontare.
E possono interagire, a loro volta, con figure femminili complicate, che non siano amiche, amanti, sorelle, come la vicina di casa di Fabio che ha perso un bambino (non so perché, ma ultimamente mi sento molto attratta dal tema della perdita).
È stato un po' come in quella scena di Frozen quando Elsa inizia con un pupazzo di neve e finisce per tirare su un castello.
Ieri sera ho scritto un racconto su un uomo che andava a vivere sotto un ponte dopo aver perso la moglie: era incazzato, era disperato, era vecchio, sporco e brutto, eppure scriverlo mi è venuto naturale come respirare.
La sua voce l'ho sentita chiara e limpida.
I vecchi sono una cosa che non puoi ficcare in un M/M, nemmeno in quelli autopubblicati su Amazon.
Forse il problema è che per anni mi sono tenuta addosso una coperta che mi teneva al riparo dal tentare seriamente la strada della scrittura, provando a convincermi che nel puro intrattenimento io ci stavo bene.
Ma è lui a non stare più bene addosso a me.
Come detto, non significa rinnegare una parte di me, o dire che non scriverò più di personaggi maschili gay, significa soltanto non mettere più gabbie mentali a quello che sento.
Scrivere per il gusto di scrivere.
Non mi importa se, come per Il bacio di Apollo, solo una persona (che non è una di quelle a cui ho chiesto esplicitamente un parere) mi farà sapere cosa ne pensa.
So che quel giudizio sarà sincero, e mi ripagherà di quel che ho scritto.
Perché quello che ho scritto servirà innanzitutto a me.
E ora chiudo il post con Pezzo a pezzo, il racconto per il laboratorio:

Mi chiamo Muzio come Muzio Scevola.
«Vuol dire che hai una mano sola?», m'ha chiesto una volta un signore.
No, vuol dire che una volta mi sono scottato e da quel giorno mia moglie – pace all'anima sua - ha preso a usarlo al posto di quello con cui m'hanno battezzato.
Io non lo so più come mi chiamo, a dire il vero: l'ho dimenticato tanto tempo fa, quando ho deciso che questa fratta sotto ponte Sisto sarebbe diventata la mia nuova casa.
Nascosto sotto c'era un materasso e a me, in quel momento, sembrava che non servisse altro.
Se era di qualcuno, non è mai venuto a reclamarlo.
Per il cappotto, invece, ho dovuto lottare: il morso con cui mi si era attaccato al collo il tizio a cui l'ho rubato si vede ancora bene e fa male come se ci fossero rimasti attaccati tutti i denti.
Di notte fa un effetto come di un'accusa costante: «Ladro! Ladro!»
Ma chi glielo fa fare?
Ai morti basta la terra per essere al riparo dal freddo.
L'altro ieri un gabbiano m'ha rubato il cibo che una signora generosa mi aveva regalato: quando ho allungato la mano per acchiapparlo m'ha morso pure lui.
«Che sei parente di quell'altro? Guarda che fai una brutta fine pure tu!»
E quello, come se avesse capito, ha preso e ha spiccato il volo lasciando il sacchetto lì dov'era.
Il mondo è un brutto posto: mia moglie se l'è portata via un brutto male, una cosa che l'ha rosicchiata e consumata tutta.
Quando l'hanno chiusa dentro la bara erano rimaste solo la pelle e le ossa.
Ogni tanto penso che, se il mondo fosse un posto giusto, pure io dovrei poter prendere a morsi chi m'ha portato via tutto: ma una moglie non è un materasso o un cappotto.
Non tiene al caldo le ossa, ma al riparo il cuore.
E quando non c'è più tu rimani nudo, con le vene esposte e il sangue scuro e freddo come neanche il Tevere d'inverno.
E allora sopravvivi rubando pezzi a chi capita, pure ai gabbiani nei giorni in cui ti senti più incazzato di loro.

Relazione

Un viaggio-studio in Campania sulle problematiche dell'archeologia, della valorizzazione e del turismo in terre di Camorra.

Autrice: Daniela Gervasi

La prima nozione che uno studente di archeologia apprende è quella di contesto, che è anche uno dei concetti cardine su cui si fonda il contrasto al traffico internazionale di reperti. Un manufatto antico può essere esteticamente pregevole, ma il suo reale valore è contenuto nella storia che lo accompagna, nelle informazioni che da esso si possono estrapolare su chi lo ha prodotto, su chi lo ha trasportato in un certo luogo, sulla persona di cui era parte del corredo funebre etc... Raramente gli archeologi, però, pongono la stessa attenzione anche al macro, a come ciò che scavano si inserisce e impatta sulla città e sull'ambiente dove scavano. E forse è ancora più difficile capire come, viceversa, l'ambiente socio-economico e le specifiche ambientali influenzino le azioni di scavo, tutela e valorizzazione turistica.
Un primo motivo di apprezzamento per l'esperienza sul campo effettuata nelle giornate del 2 e 3 luglio 2016, nell'ambito della Seconda Edizione del Master in Archeologia Giudiziaria del Centro Studi Criminologico di Viterbo riguarda proprio questo aspetto.
Abbiamo avuto la possibilità di analizzare un territorio a 360°, inserendo un discorso di tipo archeologico in un contesto più ampio.
E non un territorio qualsiasi, ma le provincie di Napoli e Caserta tristemente note per le vicende giudiziarie descritte, tra gli altri, da Roberto Saviano in Gomorra.
Non è stato l'unico argomento analizzato, ma è quello da cui vorrei partire un po' per l'importanza, e un po' perché è quello a cui si collega il più ampio numero di riflessioni.
Come ci è stato spiegato e come è possibile evincere seguendo la cronaca la Camorra ha un controllo estremamente fisico del territorio. La parte più consistente dei suoi affari, infatti, è legata al ciclo del cemento, con le cave che erodono scriteriatamente intere montagne (mi è rimasto impresso, anche se non sono riuscita a fotografarlo, il caso delle torri di Maddaloni), con i terreni svalutati e rivenduti a prezzo maggiorato per realizzare i cantieri dell'Alta Velocità o, peggio, trasformati in discariche abusive dove interrare materiale altamente nocivo (amianto, ma anche scarti di produzione industriale). Il caso dell'abitato preistorico di Afragola, in tal senso, ha offerto molti spunti di riflessione: cito tra tutte il collegamento tra smaltimento illegale di rifiuti tossici e lavoro nero: l'economia sommersa trasforma il territorio in un cane che si morde la coda, soffocando sul nascere ogni possibilità di creare opportunità di impiego legali, costringendo gli abitanti a rivolgersi al mercato nero, alimentando in questo modo gli stessi responsabili del degrado. Gli scarti di produzione illegali, a loro volta, avvelenano l'ambiente aumentando sempre più i rischi di malattie mortali per gli abitanti che si ritrovano stretti in una morsa da cui sembra impossibile uscire. Fortunatamente, e questo è il secondo aspetto che ho particolarmente apprezzato del viaggio, ci sono stati mostrati anche esempi positivi, casi come quello del ristorante Amico Bio Spartacus Arena di Santa Maria Capua Vetere, che non solo contribuisce a rendere parte viva della città l'anfiteatro dell'antica Capua, non solo innesca un meccanismo di concorrenza positivo, stimolando l'apertura di locali analoghi lungo la stessa via, ma esalta il territorio tramite l'utilizzo di prodotti biologici di agricoltura locale, e la vendita di un merchandising turistico di qualità sicuramente superiore a quello visto sulle bancarelle di Pompei.
Per me che vengo da un posto con problemi di valorizzazione analoghi (Anzio, provincia di Roma), ha offerto un bell'esempio da cui trarre spunto. Spiace apprendere che in queste ore il ristorante in questione sia stato oggetto di una campagna diffamatoria dai contorni inquietanti: alcune testate locali hanno riportato la notizia di una chiusura dovuta a sequestro giudiziario, chiusura però rivelatasi falsa. Che si tratti di un caso di concorrenza sleale o di vera o propria intimidazione, io l'ho trovato inquietante.
Altro esempio di dialogo positivo tra archeologia e territorio è sicuramente quello del Museo Civico di Maddaloni: l'idea di usare il materiale restituito dai cittadini per l'allestimento, peraltro all'interno di un percorso museale che ben racconta la storia e le tradizioni della città mi ha dato l'idea di una comunità coesa, e questo nonostante la non felice collocazione del museo archeologico. Anche qui non posso non fare un confronto in negativo con la mia Anzio, dove al Museo Civico Archeologico manca un direttore scientifico e dove il dialogo coi cittadini, quando non del tutto assente, è affidato a volontari di dubbia preparazione.
In realtà, parlando di rapporto tra cittadinanza e resti archeologi ho trovato singolare la situazione di Pozzuoli, dove la continuità d'uso delle strutture antiche si perpetua anche tramite l'uso di nomi.
Il momento più importante della prima giornata di visita è stato sicuramente quello ai non-scavi di Cales. In un certo senso è stato come guardare il negativo di una fotografia o, meglio ancora, una cornice vuota: c'era la cartellonistica, c'erano sulla carta anche dei percorsi, ma l'interno era stato svuotato del suo significato: vegetazione alta ovunque, indicazioni stradali vaghe, nessun riferimento al turismo archeologico nemmeno nei nomi dei locali (a differenza del caso Spartacus Arena, o dei ristoranti della mia zona che spesso e volentieri si rifanno a Nerone o allo Sbarco Alleato). Il segno più tangibile di quanto siano completamente slegati dal territorio moderno, forse.
Questo del mancato legame tra la città moderna e la parte antica è un tema che non poteva non dominare anche la seconda giornata di visite, essendosi esse concentrate sui due esempi di turismo archeologico di massa per eccellenza: Pompei ed Ercolano.
Anche qui ho particolarmente apprezzato questa visione d'insieme, mi ha permesso di rispondere a domande a cui non avevo trovato risposta la prima volta che visitai gli scavi da studentessa, con l'università. La situazione delle due città, spesso associate, è molto diversa per storia, pubblico che si cerca di attrarre e connessioni con la criminalità organizzata (attorno agli scavi di Pompei ruotano gli interessi dei clan di Torre Annunziata, ma a un livello più alto anche quelli di personaggi come Becchina, mentre a Ercolano la situazione è più grave e complessa) ma ha in comune lo scollamento con la comunità locale, che vede gli scavi quasi come un'entità aliena.
A Pompei la nostra attività si è concentrata soprattutto sull'osservazione del comportamento dei turisti (era la prima domenica del mese, con l'ingresso gratuito e il conseguente picco di visitatori) e qui viene il mio unico appunto: come ho riportato anche nelle osservazioni del modulo, reputo che per rendere questa esercitazione più efficace si sarebbe dovuto prolungare il tempo di permanenza nell'area. La possibilità che un turista possa compiere più o meno volutamente gesti scorretti aumenta man mano che l'attenzione cala e la stanchezza subentra: più facile che un panino venga mangiato all'ora di pranzo che appena entrati agli scavi. Prolungare il tempo di osservazione, magari separando questa attività da quelle previste per il viaggio, consentirebbe di sparpagliarsi meglio per gli scavi e studiare un campione statisticamente più affidabile. Spero che la critica non venga presa in senso negativo, piuttosto è il frutto dell'entusiasmo, dato che è una cosa che mi è piaciuto fare, e che mi piacerebbe poter ripetere a Roma, magari. Un momento che invece non sento affatto di criticare è stato, invece, la visita all'archivio Maiuri: concordo con Tsao Cevoli che in aula la lezione del Dott. Manzo Pio non avrebbe reso allo stesso modo. Come pure non avrebbe reso allo stesso modo la lezione di Lidia Vignola se non avessimo avuto modo di conoscere la difficile realtà ercolanese grazie anche alla collaborazione dei ragazzi di Radio Siani. Cevoli ha detto all'inizio che questo viaggio si sarebbe aperto e chiuso in maniera “traumatica”, e non posso che concordare: ma lo choc provocato dalla visita ad Afragola è stato molto diverso da quello, tutto positivo, che ci ha procurato la visita alla sede di Radio Siani. Personalmente conoscevo già l'esperienza analoga (che ho visto citata nel video che ci hanno mostrato) della siciliana Radio Cento Passi, ma poter entrare fisicamente nel loro studio, ricavato peraltro all'interno dell'abitazione di un boss, in uno stabile dove abitano ancora la moglie e la madre è stato emotivamente provante. L'energia e il coraggio che questi ragazzi ci hanno trasmesso è stata incredibile. Lo dico senza piaggeria: quei minuti rimarranno dentro di me come un ricordo indelebile.
Facendo un passo indietro ho una considerazione da fare anche sulle parole di Lidia Vignola: da un anno e mezzo collaboro con un'associazione culturale per la quale organizzo laboratori di archeologia in spiaggia e nelle scuole elementari: si tratta di progetti piccoli e realizzati con pochi mezzi, ma poter confrontare le reazioni dei bimbi ercolanesi con quelli dei bambini anziati con cui ho avuto modo di interagire, tenendo ovviamente conto della diversità di contesto, mi ha dato molto da pensare. Il territorio anziate non è privo di infiltrazioni mafiose, anzi: gli interessi delle 'ndrine si intrecciano con quelli della camorra e la politica locale non è esente da connessioni con Mafia Capitale, con tanto di casi di cronaca di pallottole sparate contro le abitazioni di vari assessori. Eppure a nessuno verrebbe in mente di parlare della nostra città nei termini in cui si parla, ad esempio, di Casal di Principe o di Scampia: come ho scritto sopra il legame con la storia sia antica che recente della città è solido, almeno a livello di memoria popolare. Anzio è la città di Nerone e molti dei nostri modi di dire provengono direttamente dal celebre spettacolo di Petrolini, qui considerato una sorta di Bibbia popolare. La domanda provocatoria che Cevoli ci ha rivolto alla fine: “Cosa accadrebbe se Scampia fosse conosciuta per le sue ville romane anziché per Gomorra?” ha tante risposte. Penso, riallacciandomi al discorso fatto per Afragola, all'esempio del cane che si morde la coda: occupazione regolare che si sostituisce al sommerso, spezzando (o quanto meno allentando) il legame con le organizzazioni criminali. Non esistono strumenti di cambiamento inutili, ma esiste il loro pessimo uso: un'archeologia più attenta all'ambiente in cui opera è un'archeologia che può contribuire a sanare ferite sociali profonde. Questa è la lezione più importante che questo viaggio potesse insegnarmi. Per chiudere aggiungo un pensiero su un tema apparentemente slegato, la sfilata di Dolce&Gabbana a Via di San Gregorio Armeno, nel cuore di Napoli: a differenza di Fendi a Roma, che ha sfruttato una cornice per inserire contenuti che potevano andar bene pure per una passerella di Parigi o New York, i due stilisti hanno rielaborato in maniera attenta e intelligente i simboli sacri e profani della città, mescolando cultura in senso ampio e cultura popolare, arte e artigianato. Ci ho visto molto del tipo di valorizzazione di cui abbiamo discusso in questi due giorni, una sorta di sigillo ideale.

Residui

La televisione svizzera ha realizzato un servizio sul mio Master.
E io vorrei fare qualche battuta scema per sdrammatizzare e dire che no, non è una cosa così seria come la dipingono, ma poi rifletto su alcune cose.
Poco più di una settimana fa mi sono ritrovata a pochi metri dal bunker di Sandokan Schiavone.
Il percorso tra la prima tappa del nostro viaggio, il non-villaggio preistorico di Afragola, e la seconda, il bel Museo Civico di Maddaloni, è stato studiato apposta per costringerci a leggere il paesaggio, a riconoscere i segni di stupro.
Campi di tabacco che crescono tra "tell" (termine archeologico che indica una collina artificiale) di immondizia e discariche abusive, la TAV che è come l'incisione profonda di un coltello, le cave per il cemento che mangiano montagne intere, lasciando chiazze di giallo pallido in mezzo al verde brillante della (comunque) rigogliosa vegetazione estiva.
E piccoli puntini colorati che sono le maglie dei braccianti pagati a cottimo, quasi tutti migranti, curvi e sudati sotto il sole.
Afragola, Maddaloni, Santa Maria Capua Vetere, Calvi Risorta, Pozzuoli, Pompei, Ercolano: a ogni tappa è corrisposto uno spunto di riflessione diverso, e vagonate di aneddoti.
I signori che a Maddaloni ci osservavano incuriositi, le due macchine che a Cales ci hanno letteralmente pedinati, il ristorante di Santa Maria Capua Vetere che due giorni dopo la nostra visita è stato oggetto di una campagna diffamatoria. Pompei con l'archivio Maiuri e le firme autografe di Croce e Treccani, la messa di mezzogiorno, le bancarelle, gli scavi che sono esattamente come li ricordavo (qualcosa che non ha parole che possano descriverlo), i calchi, i turisti, i graffiti, l'anima dell'archeologa che vorrebbe rimanere lì, in mezzo agli affreschi, e quanto era tutto più facile e tutto più bello quando la tua unica preoccupazione era ricordare le differenze tra secondo e quarto stile, quando chissnefrega di quello che fanno gli altri turisti, di Becchina e dei clan di Torre Annunziata.
Ma poi c'è stata Ercolano, e quel signore che è uscito di casa apposta per premurarsi che non ci fossimo persi, "che voi siete turisti e il posto vostro sono gli scavi".
Una minaccia velata neanche tanto diretta a noi, ma al nostro accompagnatore, quel ragazzo dagli occhi azzurrissimi che non ha fatto una piega.
Il referente che ci ha accompagnati nella sede di Radio Siani.
Radio Siani è una radio anticamorra.
Sorge all'interno dell'abitazione del boss condannato all'ergastolo Giovanni Birra, all'interno di una palazzina storica in cui al pianterreno e al secondo piano abitano ancora la moglie e la madre.
L'appartamento è stato sventrato dopo l'arresto, i sanitari in ceramica di Capodimonte non hanno più i rubinetti d'oro massiccio, le porte in radica, le luci verdi e i muri schermati in piombo sono tutto ciò che resta dell'antica funzione. Dalla finestra accanto alla quale sono seduta si possono osservare le principali direttrici, stradali e non solo, della città: per prudenza all'uscita il pulman viene a prenderci direttamente sotto il portone.
Unico caso in questi due giorni.
Sabato sera ho fatto il mio dovere, ho cercato di condensare in quattro pagine il grosso delle considerazioni.
Ma altre cose restano e non so come mandarle via.
Due ore dopo aver stretto la mano commossa ai ragazzi della radio, chiacchierando di macchine da scrivere ("no, quella non è proprio l'originale usata da Siani, ma il modello è quello, Olivetti Lettera 42, l'abbiamo recuperata in Comune dove volevano buttarla"), il mio problema principale era già ridiventato il treno che portava ritardo, il mal di testa lancinante, la preoccupazione di non trovare una coincidenza per Anzio, e cazzo, almeno l'Interregionale ci passerà da Campoleone?
Ma quei ragazzi, quelli del ristorante che si son beccati l'articolo diffamatorio, gli archeologi che ci hanno accompagnato, il commissario di polizia che aveva frequentato l'anno prima ed è venuto apposta per aggiornarci sul caso che sta seguendo, non ultima Lils e i suoi amici e colleghi dell'associazione, loro continuano a rimanere là.
E io mi chiedo cos'è che devo fare di questa esperienza, a parte parlarne e riparlarne.
Come posso fare per far sì che non si limiti a rimanere la manciata di ricordi "stravaganti" di cui le persone che conoscono ridono con aria bonaria?
("Sei andata fino a Pompei per fotografare un po' di immondizia?", mi hanno chiesto.)
Perfino per alcuni dei miei colleghi è stata una colossale perdita di tempo.
E io un po' sono delusa, e un po' tanto incazzata.
Onestamente non credo che parlare di degrado e archeomafie nel rassicurante abbraccio del climatizzatore della nostra aula a Roma sarebbe stata la stessa cosa.
Ma una volta appurato questo, qual è la mossa successiva?
Ci sono tante cose su cui rimugino, e per la prima volta mi sento davvero sola.

Theo

"In other words, might the personalities of people entering the museum profession predispose them to break the law? Art museum curators are often judged on their success as collectors, so perhaps another way of framing the question is to ask whether the personal psychology often associated with collecting – a primary museum mission – is at some level criminogenic."

Una citazione



Un'illustrazione


Avrei cose da dire e pensieri da riordinare ma non è questo il momento.
Magari se mi trasferissi su un asteroide tutto per me, forse.



Unire i puntini

Lo sto dicendo già da un po' che non voglio scrivere, che i gruppi di autori egomaniaci mi hanno rotto il cazzo che non ho, che il 99 per cento della roba M/M romance autopubblicata è illegibile, che comunque non ho tempo, non ho voglia, le cavallette, etc.. etc..
Epperò.
Epperò a lezione è saltato fuori con tre docenti su quattro questa cosa del collezionismo compulsivo, del disturbo narcisistico della personalità, del desiderio di possesso esclusivo di qualcosa che è, innanzitutto, bello.
E poi c'è questa cosa della forma mentis che cambia, e ti fa notare cose a cui prima non facevi troppo caso, come ad esempio il fatto che per gli americani truffatori e ladri d'arte sono praticamente la stessa cosa, e infatti non a caso il telefilm si chiamava White Collar come l'omonima sezione dell'FBI.
Perché 'sticazzi dell'aspetto etico, quello che va preservato è il libero mercato, e proprio non capiscono perché noi europei ci incazziamo tanto se quadri e reperti archeologici vengono venduti un tanto al chilo come il prosciutto.
La parola "contesto" è una sconosciuta.
Ma questo è un lungo discorso, e ho creato un blog apposta per affrontarlo.
Dicevo della scrittura, e dell'idea di un personaggio che fosse un collezionista egocentrico ispirato alla figura di Paul Getty.
Mi serviva un'antagonista che fosse altrettanto forte e interessante.
Uno dei miei problemi più grossi è che negli ultimi anni ho creato praticamente solo figure funzionali alle storie che Silvia proponeva.
I contesti li metteva lei e io creavo comprimari che le permettessero di esplorarli.
Quindi mi sono ritrovata un parterre di personaggi di cui, per quanto li ami profondamente, non ho mai sentito l'esigenza di sviluppare in proprio, se non con l'eccezione di singoli racconti.
Charles, il medico lealista che lavorava nel carcere di Long Kesh ne è un esempio (fan fact: per crearlo mi ispirai a Katsuya. O, meglio, collezionavo immagini di Katsuya fantasticandoci sopra tramite Charles. Se ci ho messo tanto per arrivare a In these words è anche per questo).
Aleksy fu un'anomalia: un personaggio suo che feci mio senza chiedere il permesso.
Ma il primo della lista fu Javier, l'agente dell'Interpol con un passato di abusi, cresciuto in Francia ma dalle forti radici spagnole.
Il figlio del torero su cui poi avrei costruito la figura di Juan.
Un'estate pericolosa è stato un amore folle che è stato una cazzata interrompere.
Certe cose è giusto dirsele: ci ho messo tanto dentro, cose molto personali, un metodo di approccio alla scrittura che ho fatto fatica ad adattare ad altro, l'ambizione di toccare temi delicati e la presunzione di saperlo fare senza dovere scuse a nessuno.
Javier era alla base di tutto questo.
E non ho mai capito perché cazzarola non mi sono mai decisa a svilupparlo come si deve.
Per questo, pensando all'antagonista per il collezionista, mi è venuto naturale ripensarci.
E se sua madre non fosse fuggita dalla Spagna incinta, ma avesse sposato il torero che poi sarebbe tragicamente morto lasciandola sola con un bimbo piccolo?
E se in Francia ci fosse andata da vedova, e anziché trovare l'amore in un commerciante di stoffe pregiate l'avesse trovato in un mercante d'arte?
Un mercante d'arte che si prenderà suo figlio e la croce d'oro che era l'unico ricordo rimastole del defunto marito.
Un mercante d'arte che in realtà è un'altra persona, con un'altra storia, che proprio ad Javier toccherà riscrivere pezzo a pezzo.
Ecco, io mi faccio venire idee per un'intera serie quando ho 600 e passa pagine di roba da studiare, e un laboratorio da preparare.
Più la consueta manciata di altri cazzi non richiesti.
(per la cronaca: il collezionista è sì francese, ma manterrò il nome Theo. E in fondo anche il rapporto con l'Javier adolescente ricalcherà quello che avevo in mente con l'archeologo Fabio. Quindi il cerchio si chiude, idealmente. Più o meno.)
"When I remembered this again this morning, I wondered if things would have been different if you were a woman."

In these words capitolo 5, scena di flashback: siamo all'apice della violenza psicologica.
Il killer sta chiedendo alla sua vittima cosa farebbe se dovesse sopportare oltre alla vergogna, anche il peso di una gravidanza indesiderata.
La domanda è, ovviamente, priva di senso dal momento che Katsuya è un uomo, ma è interessante comunque per il dialogo e i meccanismi psicologici che innesca.
Soprattutto, alla luce di quello che è il finale di Equilibrium, è interessante per la luce che getta sul personaggio di Katsuya Asano e sull'intera saga.
Equilibrium nasce come racconto senza pretese da inserire in un artbook, Lucidity.
La premessa è di quelle giocose: dopo tre anni di relazione Katsuya viene a sapere per caso che il suo compagno, in passato, ha frequentato l'ambiente BDSM newyorchese divenendo un Dom molto richiesto e apprezzato. Sorpreso e incuriosito chiede di poter essere portato, per una sera, in un locale per condividere con David questa esperienza. Molto riluttante quest'ultimo accetta ed è qui che entra in scena il terzo incomodo, M, vecchia conoscenza di David che sembra mettere subito gli occhi su Katsuya.
Segue scontatissimo triangolo con tanto di scene di sesso piccanti?
NEANCHE PER SOGNO.
Perché il motivo per cui Katsuya si intestardisce a voler sperimentare il dolore è terapeutico: in quanto psichiatra con un passato difficile e consapevole della sua difficoltà ad aprirsi completamente alla felicità è convinto che questa esperienza possa aiutarlo a superare i blocchi emotivi.
Il guaio è che si rende anche conto che per riuscire completamente nell'impresa deve affidarsi a uno sconosciuto (M, appunto), perché David che è la sua certezza è anche l'ostacolo che gli impedisce di allontanarsi dalla comfort zone.
Quindi il suo interesse è per l'aspetto masochista, e non sessuale, del BDSM.
E anche l'interesse di M è tutto meno che sessuale, ma su questo torneremo dopo.
E David? Che ruolo ha in questa faccenda?
Un momento gioca a fare il fidanzato aperto e permissivo, assecondando Katsuya nelle sue richieste, ma il momento dopo si lascia andare a scatti di rabbia che diventano sempre più evidenti e sempre meno giustificabili nel corso dei capitoli.
Gelosia?
Ah, ma allora ci fate: vi ho detto di no, che questa storia non ha niente a che fare col sesso.
E quindi?
E quindi niente, torniamo a M.
Già il fatto che sia un personaggio senza nome dovrebbe far capire quanto è ambiguo il suo ruolo: pare divertirsi molto a inserirsi nel rapporto tra David e Katsuya, ma non si capisce bene a che titolo.
Noia?
In fondo è un uomo di quasi cinquant'anni che ha avuto dalla vita pure più di quanto volesse.
E però il suo atteggiamento nei confronti di Katsuya, a tratti, sembra quasi paternalistico, senza contare che David, che ufficialmente lo odia, ha però il suo numero pronto all'uso in rubrica.
Equilibrium è una storia sulla vergogna.
E sulla paura di perdere tutto per colpa della vergogna.
Quella interiorizzata da Katsuya fin da bambino, ad esempio: è nato all'interno di una famiglia molto tradizionalista giapponese. I suoi genitori non sono morti, ma lui non li ha mai conosciuti: suo nonno l'ha strappato alla madre al momento della nascita, suo padre lo ha abbandonato trasferendosi all'estero subito dopo.
Katsuya è stato un bambino molto amato, ma per i motivi sbagliati: suo nonno lo ha sempre tenuto su un piedistallo, ma raccontando un sacco di menzogne per giustificare la sua presenza con il resto della famiglia. Katsuya ha interiorizzato il senso di inadeguatezza, e ha lasciato che prendesse il sopravvento: per compensare si è buttato a capofitto nello studio scegliendo la carriera di suo padre, e in cambio ha ottenuto l'ammissione a Harvard ad appena diciassette anni. Ma il prezzo da pagare è stato altissimo, è una persona che non riesce a liberarsi del suo senso di solitudine.
Cerca inconsciamente la figura paterna che gli è mancata in uomini più grandi, non a caso David ha dieci anni più di lui.
Prova a scacciare questa solitudine col dolore fisico, e pur scegliendo di farlo nella maniera più sicura possibile, non si rende conto di aver innescato una situazione potenzialmente molto pericolosa.
Perché David, come il Christian Grey di 50 sfumature, ha usato a suo tempo il BDSM per dare sfogo a una rabbia che non riesce sempre a controllare.
Il suo personaggio è stato costruito con perizia: da Prey di Suzume, passando attraverso il trittico New York Minute, First, do no harm e One of these nights quasi non ci si rende conto dei segnali impercettibili di quale sia la sua vera natura.
David ama avere il controllo, ma lo traveste inconsciamente (quanto altrettanto abilmente) in senso di protezione.
Ama sinceramente Katsuya, e per lui prova seriamente a cambiare, ma nel momento in cui inizia a temere che scoprendo la verità sul suo passato potrebbe decidere di lasciarlo lascia emergere il suo lato oscuro.
In più è un poliziotto, e per pensare alle implicazioni morali che questo comporta ricordate che il loro motto, in America, è "Per servire e proteggere".




Da qui al Gabriel di Father Figure è un attimo, in effetti


Di contro M, che sembrava l'antagonista della storia, si rivela il vero equilibrio del titolo: è una persona che ha saputo abbracciare le sue pulsioni, ed è stato abbastanza fortunato da poterle sfogare in maniera sana, ricavandone non solo piacere, ma soprattutto serenità e sicurezza.
Per M il BDSM è un gioco di ruolo, c'è il personaggio con gli stivali di pelle e la frusta e c'è l'uomo d'affari in giacca e cravatta.
Le due figure sono complementari, l'una non si nasconde all'altra.
M non si vergogna di essere ciò che è, e quando si offre di aiutare Katsuya nel suo percorso, lo fa davvero come un Maestro nei confronti di un allievo.
Non vuole sedurlo, vuole metterlo in guardia dalla persona che ha accanto, anche se sa che è una battaglia persa in partenza: Katsuya vorrebbe imparare a lasciarsi andare completamente nelle mani della persona che ama senza sapere che è già sottomesso psicologicamente a David.
Completamente.
Corre da lui ogni volta che l'altro ha un problema, non curandosi di danneggiare il suo lavoro per questo: dopotutto sta vivendo a trenta quelle emozioni che avrebbe dovuto provare da adolescente.
E nonostante questo si sente in colpa, costamente inadeguato, nella sua testa il rapporto che sta instaurando con M gli sembra un tradimento.
Non ho capito cosa c'entrasse il paragone (innescato da Kichiku Neko stessa) con 50 sfumature finché non sono arrivata a questo punto.
È facile, facilissimo riconoscere un rapporto abusivo quando l'asimmetria tra le parti è evidente: Christian Grey è un milionario, Anastasia Steel una studentessa di umili origini.
Ma quando le differenze diventano sfumate come nel caso di un rapporto omo tra due professionisti affermati è più complicato identificare certe dinamiche: sarebbe stato diverso, se Katsuya fosse stato una donna?
Probabilmente no, come dimostra il successo di certa roba da Twilight in poi.
È però a questo punto che entra in scena l'elemento più interessante: la manipolazione consapevole del fandom.
Essendo che la saga di David si innesta sulla storia principale noi sappiamo non solo che tra di loro finirà, ma a questo punto sappiamo pure che finirà male e quanto: se Katsuya, dopo il rapimento, perde la memoria, non è per la paura o il dolore, ma anche qui per vergogna.
Katsuya è stato abusato dal suo compagno, per questo ha dovuto lasciare quel porto sicuro che considerava l'America per tornare in Giappone, non ci è stato ancora detto apertamente ma per una persona come lui il senso di umiliazione che questa sconfitta gli ha procurato deve essere stato insostenibile.
Ci ha messo tempo e fatica, ma lentamente ha provato a ricostruirsi una vita, prima professionalmente e poi, anche, sentimentalmente.
Solo che noi questo suo percorso lo abbiamo conosciuto a partire dalla fine, e vedendolo con gli occhi del nuovo compagno, che si è trovato alle prese con un carattere spigoloso, un uomo difficile, pretenzioso, a tratti crudele in maniera infantile.
Questo Katsuya così disinteressato ai legami a lungo termine, desideroso solo di sesso, si contrappone in maniera stridente al ragazzo fragile della saga newyorchese. E anche il nuovo compagno, agli occhi delle lettrici, è sembrato del tutto inadeguato rispetto a Sua Maestà David.
Sì, le stronze delle autrici hanno alimentato PER ANNI il victim blaming ai danni di Katsuya.
A fin di bene, perché ora che i nodi verranno al pettine più di qualcuno dovrà farsi un esame di coscienza.
Speravo non capitasse e invece è successo di leggere commenti di persone che quasi giustificavano il killer che ha rapito Katsuya.
Perché insomma, se non sei capace di rendere felice un partner che ti costringe a festeggiare quando non vuoi, che vuole sentirsi dire ti amo a comando e diventa violento quando inizia a temere di poterti perdere a causa del suo passato un po' te la cerchi.
E non parliamo poi di questa strana fissa di volersi solo divertire con una persona che è perfettamente d'accordo e accetta l'accordo senza fiatare, insomma, come si fa a essere così insensibili?
Magari è la paura di essere fregati ancora, ma vaglielo a spiegare.
E sono le stesse persone che quando venne tirato fuori il paragone con Cinquanta sfumature schifarono Christian Grey.
Di diverso, David, c'ha una caratterizzazione psicologica più realistica e sensata, non nego, ma là stiamo.
Senza elicottero, senza regali costosi, senza stanze rosse delle torture (il termine boudoir, questo sconosciuto).
E pure il killer, a ben guardare, quando preda Katsuya lo fa usando la tattica tipica del molestatore.




"It can't be too surprising that a good looking man like you being courted".
Cosa sarebbe cambiato, se questa battuta l'avesse detta a una donna?
Magari avremmo intuito subito il (tipo specifico di) pericolo, o forse no.
Anche qui, vi giuro, c'è stato chi nei forum c'è rimasto male che Katsuya abbia declinato.
Insomma: è mezzanotte passata, mi rendo conto di aver scritto un papello incomprensibile su roba di cui non vi frega una mazza, ma quello che volevo dire è che per me ciò che rende veramente geniale In these words e i suoi satelliti è che prende la tipica trama alla Hannibal col giochetto psicologico tra assassino e psichiatra e la usa per raccontare tutt'altro.
Il killer è il mostro che vive nei nostri incubi ma è solo la forza che fa saltare il coperchio di una pentola dove bolle tutt'altro.
Perché Katsuya è già stato una vittima, ma di una persona che amava.
Le violenze nuove portano a galla quelle vecchie e paure nuove si innestano su quelle vecchie: se David lo ha picchiato vedendo i segni lasciati da M sulla sua pelle come reagirà Shinohara vedendo i marchi che il killer gli ha inciso col coltello?
È questo terrore che fa scattare un cortocircuito nella mente di Katsuya, spingendolo a perdere la memoria.
Un thriller che nasconde una storia di abusi.
E lo fa ribaltando i topoi del genere, partendo da un uke che non è tale perché non può più permettersi di essere debole, da un seme che non sembra tale (Shinohara) per via, a sua volta, di cicatrici altrettanto profonde (no, di Shino non vi parlo, quelli sono spoiler enormi e poi mi secca fare un altro post), da una storia d'amore che segue gli stereotipi dello yaoi più classico per poi ribaltarsi e diventare un rapporto abusivo.
E da un'altra storia d'amore che si rifiuta di etichettarsi come tale, perché come dice Shino nel racconto If you only believe, l'amore per come lo conosciamo è scambiarsi gesti di affetto che sembrano fatti più a beneficio di chi ci osserva che per noi stessi.
Insomma: sommateci Father figure, e tutta una lunga riflessione sull'ipocrisia di certa mentalità giapponese e americana, e su certa malsana cop culture, e vi renderete conto da soli di che razza di roba enorme stiamo parlando.
Sapevo che era tutto ciò che avrei sempre voluto leggere in quest'ambito, ma non potevo immaginare QUANTO.



No, Shinohara non ti farà del male. Lo sai, anche se ti rifiuti di ammetterlo.
Tecnicamente questi pezzi avrei dovuto scriverli a fine mese, quando Equilibrium sarà effettivamente uscito. O avrei dovuto rimandarli di qualche anno, visto che contengono spoiler pesantissimi sull'universo narrativo delle Guilt|Pleasure. Ma X non ha saputo resistere alla tentazione di prendere l'issue con i capitoli finali in anteprima, e soprattutto non ha saputo resistere alla tentazione di raccontarmi i momenti clou (ti voglio bene, X, lo sto dicendo senza ironia), e visto che i momenti clou confermano tutte, ma proprio TUTTE, le ipotesi che mi ero fatta su svolte, ruoli e collegamenti tra i singoli personaggi e visto che è una roba ENORME ho deciso di rompere gli indugi e scriverci sopra ben DUE pipponi. Non mi aiuterà a superare questa fase ossessivo-compulsiva, ma può essere che ci trascini dentro anche voi.
Vai col tango (della gelosia) parte I, ovvero la storia riassunta dal punto di vista di questi tre signori qua. Poi seguirà il dopo-partita, con analisi, commenti e la moviola per decidere se c'era o no il calcio di rigore, ed eventualmente crocifiggere l'arbitro lungo la Via Appia.





È i tuo compleanno.
Trent'anni.
È un traguardo importante, i trenta, soprattutto per uno come te, la macchia sull'onore immacolato di una famiglia tradizionalista giapponese che ha dovuto lottare per dimostrare conquistarsi il diritto di vivere ed essere trattato con dignità, come se vivere fosse un diritto e non un dato di fatto.
Ma non importa, perché hai vinto tu.
Ti sei laureato ad Harvard, psichiatra come tuo padre ma con ancora più prestigio, hai dovuto gettare via l'infanzia e l'adolescenza per arrivarci ma non importa.
Hai vinto tu, e ora vivi nella Grande Mela.
Sei omosessuale ma non devi curarti di tenerlo nascosto, come avresti dovuto fare se fossi rimasto in Giappone.
La tua iniziazione sentimentale non è stata delle migliori ma ora hai una relazione stabile con un uomo stupendo.
Hai vinto tu, e lo sai.
Eppure non basta.
È il tuo compleanno e lo odi, non vuoi festeggiarlo, non pensi di avere nulla da festeggiare.
Ma hai un uomo stupendo al tuo fianco, no?
Il principe azzurro, quello che si è innamorato di te quando ti ha salvato da un'aggressione.
È tutto talmente perfetto da sembrare un film: ti ha perfino detto che ti ama, ti ha perfino promesso che invecchierà al tuo fianco.
Perché, quando ne hai avuto la possibilità, non lo hai ricambiato?
Certo, hai mollato il lavoro e sei stato al suo fianco ogni volta che ne ha avuto bisogno, ma non è abbastanza, te lo ha detto lui che non è abbastanza, lo senti anche tu.
Dovevi dirlo ad alta voce.
È questo che succede nelle favole.
Il principe azzurro ti dice ti amo e la principessa gli risponde anch'io.
E poi si sposano e diventano Re e Regina.
Ma non è andata così, non lo hai fatto per via delle cicatrici.
È come il compleanno: senti che dovresti festeggiarlo ma non ci riesci.
Per fortuna però c'è lui che ti costringe a tirare fuori quello di cui non hai voglia.
Hai lavorato sodo per farti ammettere a quel seminario ma lui ti ha fatto portare via con una scusa, ha bisogno di te per un caso, dice.
In realtà non è vero, il caso non è nemmeno un caso, o meglio lo sarebbe ma qual è il bello di essere capo-sezione, se non scaricare le responsabilità sui propri sottoposti?
E poi lo sta facendo per te, per il tuo bene.
Ti ama e vorrebbe vederti felice.
E le coppie felici passano sempre il giorno del compleanno assieme, no?
Lui ti ama, lo sai che ti ama.
Te lo ripete sempre, ogni volta che fate quel sesso pazzesco.
Certo, anche lì: David ogni tanto tende a pensare un po' troppo a sé, si fa sempre quello che piace a lui, solo la prima notte ti ha chiesto cosa volessi tu.
Ma tu non lo sai bene cosa vuoi, a parte stare con lui.
La carriera, il lavoro valgono la solitudine che provi?
No, ora che sai com'è essere amati.
Eppure non basta.
Mike è il partner di David: lo conosce da quando si è arruolato in polizia. Gli vuole bene, e ne vuole a te, e visto che state assieme da tanto, visto che ha sentito cosa sta organizzando David per (costringerti a) festeggiare il compleanno, ti racconta qualche aneddoto per farti aprire gli occhi.
Tipo: sapevi che ha frequentato per un certo tempo l'ambiente BDSM? Era uno che aveva successo, come Dom.
Ma d'altronde perché stupirti, ha la più alta media di confessioni ottenute in tutto il dipartimento, sa come far fare quello che vuole alle persone.
Magari non sai che gli piace, o non hai il coraggio di chiederlo, però ti ricordi di questo aneddoto quando lui ti chiede cosa vorresti per regalo.
Dopotutto si è offeso e assecondarlo potrebbe far tornare il sereno tra di voi.
Una sera di quel tipo. No, non sesso spanky, non intendi le sculacciate e qualche volgarità sussurrata all'orecchio, vuoi proprio quello.
È il tuo compleanno ma il regalo vuoi farlo tu a lui, per ringraziarlo di questi tre anni assieme, per lavarti di dosso definitivamente le cicatrici.
Imparare la sottomissione, concedere una fiducia cieca, priva di limiti.
Liberarsi finalmente del passato e aprire la gabbia di solitudine in cui ti ha segregato.
Lui, ovviamente, rifiuta.
Cerca cortesemente di spiegarti che non è il caso, che non sei adatto.
Sei orgoglioso, Katsuya, troppo.
Sei fragile, ti spezzerai.
Ok, sei uno psichiatra e sei laureato ad Harvard ma cosa è lo studio rispetto all'esperienza?
Fidati di me, Katsuya, fidati di me.
Ma dopo dieci minuti era già al telefono ad organizzare la serata con uomo che in teoria odia e di cui vorrebbe aver rimosso ogni ricordo.

Sei testardo, Katsuya.
Non fai mai quello che ti si dice.
Non stai al tuo posto, non rispetti le aspettative, vuoi sempre fare quello che ti pare.
Ti arrabbi se ti porto via da un seminario con una scusa, ma non vedi che lo faccio perché ti amo?
Vorrei vederti felice.
No, meglio: vorrei sentirti dire che sono IO a renderti felice.
Io e solo io nel tuo mondo.
Perché quello fuori è cattivo e tu non hai le spalle abbastanza larghe per affrontarlo.
Ci penserò io a te, ti proteggerò da ogni male ma, soprattutto, ti proteggerò da te stesso.
Perché la tua laurea ad Harvard non basta.
L'intelligenza non basta.
So che dici il contrario ma sei tu che ti sbagli.
Tu hai bisogno dell'amore.
Tu hai bisogno di ME.
Ecco, ad esempio: cosa è questa storia di voler provare il BDSM?
Che ne sai, tu?
Sì, ok, Harvard.
Sì, ok, vuoi spezzare le catene di diffidenza con cui la solitudine ha bloccato le tue emozioni.
Ma devi proprio farlo in questa maniera?
Ah, ok, vuoi farlo con me.
Vuoi farlo per me.
Me e me soltanto.
Una sera, una prova.
Ma tu di me non sai nulla, Katsuya.
Sei bravo nel tuo lavoro e forse qualcosa hai capito ma di me non sai ancora nulla.
Perché Mike ti ha raccontato quell'aneddoto, te lo sei chiesto?
Sì, avevo una ex fidanzata a cui piaceva il BDSM.
Piaceva anche a me, ma non è carino dirtelo.
Lederebbe la mia immagine di Principe Azzurro, e poi è sconveniente, sono un poliziotto.
Per servire e proteggere
Servire e proteggere, l'ho giurato.
Quando ho avuto il distintivo e quando ho scelto di stare con te.
Proteggerti dai mali del mondo, l'ho già detto?
Ma il vero male alberga in me.
Mi chiamo David, ma Golia è annidato nella mia anima.
È il mio egoismo.
Ma tu non lo sai.
Tu il mio lato egoista ancora non lo hai conosciuto.
Ma lo scoprirai stasera, perché se davvero hai in te la voglia di sperimentare la sottomissione, è a me e soltanto a me che dovrai concederla.
Ma non ti piacerà, mi convinco che non sarà così, ne sto parlando anche con M al telefono mentre gli chiedo se questa è una di quelle serate e anche lui è d'accordo.
Non ti piacerà, non sei portato, sei troppo testardo e orgoglioso.
Vuoi fare sempre quello che vuoi tu, e non quello che sarebbe meglio per te.

Davide e Golia in un unico, splendido corpo.
Il Re dei Re e l'ostacolo per eccellenza.
Due estremi che non riescono a trovare il loro punto di equilibrio.
Io so leggere nelle persone, ho imparato a sfruttare le loro debolezze per lavoro e ho affinato quest'arte per piacere.
So chi sono, so cosa desidero e ho accettato tutto questo con serenità.
Le regole sono tutto per contenere il caos, ne ho date a me stesso, ne ho date alle mie pulsioni, ne ho date perfino alle mie feste.
Non sono più una persona, sono diventato uno specchio.
Ho ridotto il nome a un'iniziale, la personalità a una maschera ben definita.
M
Per ottenere quello che voglio concedo quello che piace, anche se quello che piace è il dolore fisico.
Ma il dolore fisico è un'arma potente per conoscere se stessi, a patto ovviamente di avere il coraggio di sopportarlo.
O di sopportarsi.
David non ha questo coraggio: sa benissimo cosa è cosa e vuole, ma se mette delle regole non è per contenersi, bensì per negarsi.
Convivere con una bestia nel cuore non è semplice, questo lo capisco.
Capisco meno accusare gli altri della sua esistenza.
E poi c'è Katsuya.
Lui non sa niente.
Vuole educarsi alla sottomissione ma senza sapere che è già sottomesso.
L'amore rende sordi all'istinto professionale.
Katsuya intuisce, vede, ma minimizza ciò che vede.
In fondo è così che ti fregano, i tipi come David: ti affidi a loro perché pensi siano Principi Azzurri.
Credi che ti salveranno, e in parte lo crede anche lui, ma poi la bestia torna sempre, la bestia prevale.
E arriva la fine.
È successo una volta, succederà ancora.
Fidati di me, Katsuya, fidati di me, anche se David ti sta dicendo il contrario.
Posso darti ciò che vuoi e lasciarti libero.
Posso darti ciò che vuoi e in cambio delle cicatrici ti lascerò segni che svaniranno nel giro di qualche giorno.
Come un brutto sogno.
Ti aprirò gli occhi, se vorrai vedere.
Ma so che l'amore è una prigione dalle sbarre più strette della solitudine.




Tutto ciò avrà una seconda parte che giustifica il titolo, giuro.
Solo che Equilibrium ha toccato corde molto personali, e dovevo rassettare i pensieri.
Questo ibrido poco riuscito tra riassunto e fanfiction è un preludio.
Il prossimo passo sarà raccontarvi un'altra storia, più seria e più interessante, su come si sfrutta il fandom per aiutare la costruzione dei propri personaggi, facendo leva sugli stereotipi di genere e sulla difficoltà di inquadrarli, se usati in un contesto appena differente.
Credetemi, c'è da imparare.
Oh, se c'è da imparare.

Father Figure



"This is my punishment for failing you, for the hate that is inside you now, ruining you and your future."

Di solito una recensione, professionale o no che sia, si scrive nella speranza di contagiare chi legge col proprio entusiasmo o col proprio scetticismo allo scopo di attrarlo o allontanarlo verso l'oggetto stesso della recensione.
Ci ho messo mesi per capire, invece, che di questo libro ho bisogno di parlare per me e me soltanto, per dare forma precisa a sensazioni che ho fatto fatica a classificare e che mi pesano in fondo allo stomaco come macigni.
Scrissi già all'epoca della prima recensione che digerire le opere delle Guilt non è semplicissimo non tanto per il grado di violenza in sé di certe scene, quanto per l'estremo realismo della caratterizzazione psicologica dei personaggi coinvolti e nella resa delle situazioni, che mettono a dura prova il lettore mostrandogli tutto lo scarto esistente tra la percezione della vittima e quella distorta del suo aguzzino.
Insomma: sei lì e sgrani gli occhi e trattieni il respiro e piangi terrorizzato assieme al poveretto di turno, perché proprio come lui capisci che la persona che hai di fronte non ragiona più come te, ma si è creato una dimensione mentale sua propria in cui tu smetti di essere un essere umano e divieni una sua proiezione.
Il killer senza nome di In these words guarda Katsuya proprio come un bambino guarderebbe un giocattolo, si bea del suo dolore e di come ne spezza lentamente la volontà così come un bambino si bea delle nuove possibilità offerte dal suo set di costruzioni, e il tutto in maniera letterale, con un'asciuttezza micidiale e un umorismo macabro a fare da sottofondo.
Se una resa simile è difficile da digerire tra due perfetti estranei, figuriamoci se al centro dell'azione vengono messi un figlio e il padre che non ha mai conosciuto.
E che nemmeno immaginava della sua esistenza.
Father figure è, senza mezzi termini, la storia più difficile che mi sia capitato di leggere ma è anche, al tempo stesso, una delle più ricche e preziose.
Non fa sconti al lettore, non gli risparmia niente, né nelle descrizioni né, tantomeno, nelle illustrazioni, ma quello che lascia nella testa e nel cuore sono una serie di interrogativi e considerazioni di natura morale come raramente la lettura di un manga o la visione di un'opera di intrattenimento sanno suscitare.

It starts with a letter.

Si viene subito catapultati così, a freddo, nella testa di Gabriel, stalker e omicida reo confesso.
La storia ha una struttura ad anello e si chiuderà su questa stessa frase, ripetuta al suo confessore la cui identità, a sua volta, è l'anello di congiunzione a un disegno più grande.
Ma su quest'ultimo aspetto tornerò dopo.
La struttura è divisa in due archi narrativi: nel primo Gabriel, un poliziotto californiano di 24 anni, scopre alla morte della madre l'identità del padre che non ha mai conosciuto. Le possibilità di indagine offerte dal suo mestiere unite alla singolarità del nome di lui, Uriel Blackstone, gli permettono in breve tempo di identificarlo e iniziare, così, una lenta opera di stalking che culminerà con la decisione di rapirlo e rinchiuderlo in una baracca sperduta in mezzo ai boschi, nel tentativo disperato di recuperare gli anni perduti e costringerlo a farsi amare e riconoscere come unica famiglia che abbia mai avuto.
L'uso della prima persona è perfetto per far comprendere al lettore quanto lenta e inconsapevole sia la discesa di Gabriel nella sua stessa follia, di cui Kichiku Neko è bravissima a suggerire l'origine senza, però, la forzata sicumera di certe sceneggiature da episodio medio di Criminal Minds.
Sì, la madre di Gabriel non l'ha mai amato.
Sì, lo ha selvaggiamente picchiato la prima e unica volta in cui, a cinque anni, ha provato a chiedere dove fosse il papà.
Sì, da allora in Gabriel è nato ed è cresciuto un rancore profondo verso quel fantasma senza nome, rancore che è esploso non tanto quando quel fantasma si è fatto carne e ossa ma quando, soprattutto, si è reso conto di quanto ne avesse disperatamente bisogno.
Ed è qui che parte il secondo arco narrativo, quello che rende questa storia agghiacciante ma al tempo stesso unica: l'evolversi dei sentimenti di Gabriel, che passano dalla semplice curiosità all'ossessione, sfociando in un amore che è al tempo stesso carnale e metafisico, filiale e sessuale.
Gabriel odia l'Uriel padre ma si innamora dell'Uriel uomo, e in mezzo a questa dicotomia si spalanca tutto l'abisso di solitudine e disperazione in cui è stato costretto a vivere per 24 anni.
La spirale della violenza sessuale viene descritta e illustrata con perizia chirurgica, come passaggio necessario, come necessaria la sente Gabriel che non trova altro modo di connettersi al padre e come necessaria finisce per sentirla Uriel, che non è riuscito a trovare un altro modo di far ragionare Gabriel.
È la storia di una lotta disperata da ambo le parti, contro la follia, per la sopravvivenza, sempre più distante dalla possibilità di poter convivere come una famiglia normale, una corsa folle verso la costruzione di un rapporto sempre più innaturale.
Questo perché Uriel ha avuto un'altra moglie e un altro figlio, persone che ha amato e ama e da cui è stato ed è ancora amato con altrettanta disperazione.
Persone il cui arco narrativo si incastra in questa confessione come un cuneo, riportando per brevi paragrafi la storia nei binari del giallo più classico.
Uriel vorrebbe essere il padre di Gabriel ma è soprattutto e fino in fondo il padre di Phillip, che vorrebbe proteggere non tanto da un pericolo fisico, quanto dall'orrore di ciò che sta subendo.
È per lui che trova la forza di lottare pur non essendo un uomo particolarmente coraggioso e allenato.
Una differenza abissale col Katsuya di In these words, che sembra quasi mettersi volontariamente nelle mani del suo aguzzino, al fine di incrinarne l'ego e permetterne l'arresto.
Uriel è stato, per tutta la vita, vittima di eventi più grandi di lui e non derivanti dalla sua volontà: ha cercato di fare quello che ha potuto meglio che ha potuto.
Non a caso, quando si rende conto che non c'è più scampo né possibilità di redenzione fa ciò che è necessario e quasi incoraggia Gabriel a concedergli la morte.
Sorridendo come un Socrate al momento di bere il veleno.
Solo così, come ricordo idealizzato, potrà essere il padre di cui Gabriel ha realmente bisogno.


“You are still so young,” he said. “You shouldn’t think of dying, no matter what.”
He took my left hand, then slipped the ring on my ring finger. It fit comfortably. “I want you to be a good person...understand? Your father has just bought your soul with this ring,” he said. His voice was faltering, straining as he struggled to speak. “I forgive you...I hope someday you will find a way to forgive me.”

Dicevo della connessione al quadro generale di cui ogni opera delle Guilt sembra essere un tassello: per quanto Phillip sembri una roccia e faccia tutto ciò che può per ritrovare il padre rapito a un certo punto crolla sotto il peso del dolore, trovando un appiglio in Katsuya.
È il suo primo, vero caso e ancora non sa che si rivelerà una profezia.
La sua anima di figlio che non ha mai conosciuto i genitori (pur sapendo chi sono e non essendo, quindi, orfano in senso stretto) è scissa tra la disperazione di Gabriel, che comprende ma non giustifica, e quella di Phillip, a cui offre quell'abbraccio che nessuno ha il coraggio di dargli.
Nei capitoli finali si fa, a suo modo, carico della sofferenza di entrambi, la interiorizza e in qualche modo la trasforma nel primo strumento che gli permetterà di vincere il suo destino.
Father figure, infatti, è una novel dal finale aperto di cui è previsto un seguito dal titolo significativo: Between devil and deep blue sea.
Il passato newyorkese e il presente giapponese si incroceranno, il cerchio di Uriel si chiuderà come l'anello con cui ha comprato l'anima di Gabriel.
Ma un altro è stato aperto e si stringerà presto attorno al collo di Katsuya e dell'uomo che ha rimosso dalla sua memoria.
Ma questa è un'altra storia e, come diceva Michael Ende ne La storia infinita, verrà raccontata un'altra volta.

Per aspera, ad aspera.

I laboratori estivi sono saltati per via dello scarso numero di iscritti (non ai miei in sé, proprio alle attività dell'associazione).
Quelli invernali saltano per i tagli al budget scolastico.
I sei mesi in Egitto sono saltati di loro, ma sarebbero saltati a prescindere per la chiusura dello spazio aereo.
Parigi brucia.
E questo si somma ai lutti pesanti, all'esame cannato, e a tanti altri accolli che non sto qui ad elencare.
Io tengo botta, per carità, ormai temo di essermi assuefatta alla delusione.
Ma non sono molto socievole, capirete.
Se questa fosse una sceneggiatura a questo punto dovrebbe arrivare il riscatto, ma Truffaut (o era Hitchcock?) insegna che la differenza tra vita e cinema sta nei tempi morti e io ci sono ficcata dentro fino al collo come i dannati di Dante.
Ho bisogno di un punto di rottura, una forza che distrugge e ricrea.
La Torre dei tarocchi, la carta della hybris.
Che tanto, peggio di così, è dura (per quanto).

La grande bellezza

Perché il capitolo che sto scrivendo mi sta piacendo da matti ma ho pochissimo tempo da dedicargli.
Perché dovevo chiudere la pratica Sorrentino in fretta.
Perché Mamma Roma è una citazione di Pasolini sì, ma mediata da Orfani.
E perché quel numero di Orfani (2x03 - Città aperta) è bello da far male.
Non a caso l'ha disegnato di Giandomenico.
Non a caso c'è Piazza San Pietro trasformata in campo di grano.

In ogni città in cui ha vissuto Theo è sempre stato in grado di riconoscere l'anima selvatica sepolta sotto gli spessi strati dell'urbanizzazione.

Quasi sempre è una sensazione che rimanda alla campagna ma a Roma assume una nota più ferina e feroce.

Si riconnette con il nucleo più antico della storia della città, rimbomba nei ventri vuoti dove galleggiano lacerti di muri e mosaici come frammenti di ossa mal digerite, riporta a galla il sangue di cui è intrisa e in cui è stata fondata.

A volte ha l'aspetto innocuo di un cormorano appollaiato su Ponte Rotto, a volte ha il sentore del caffè che scivola fuori dalla finestra di un seminterrato, a volte sono i resti di verdure lasciati dai banchi del mercato a Campo de' Fiori.

A volte è la notte, semplicemente, come in questo caso, l'estate che costringe a un'intimità non richiesta di finestre spalancate come bocche gialle, e televisori a volume troppo alto, e chiacchiere in terrazzo e fumo di sigaretta.

Glicini, bouganville, siepi di gelsomino che tengono al riparo balconi e terrazze da occhi indiscreti e al tempo stesso gridano: “ammiratemi”.

Esibizionismo e ipocrisia: Theo non avrebbe trovare un posto migliore dove sentirsi a suo agio.

È passata la mezzanotte ma il traffico su Via Veneto è ancora intenso: d'estate la gente vive fuori e cerca scuse per vagare fino all'alba.

Eppure l'anima selvatica si riesce a percepire lo stesso.

Ne è contento perché è una compagna perfetta per andare dove sta andando.

Ahmed è straniero già nell'educazione interiorizzata che lo spinge ad accogliere gli ospiti all'ascensore. Non scavalca il portiere e le sue mansioni, non ha fretta di venirti incontro: si fa trovare con la porta aperta e il sorriso sulle labbra, un piccolo inchino prima di sbrigare le formalità del saluto nell'intimità della cabina.

L'attico in cui vive è sfarzoso, ma profuma di normalità, non c'è un dettaglio che ferisca gli occhi con la pacchianeria o che intimorisca per un eccesso di lusso.

Gli arredi d'epoca sono scelti con competenza e gusto, disposti con senso della composizione, non è la tipica casa di chi si affida ad un arredatore solo perché lo faccia sembrare più ricco di quel che è.

Ahmed ama le cose e le persone, sa circondarsi di quelle giuste, gode della loro esistenza e si scalda al calore dell'aura che emettono quando lo sfiorano passandogli accanto.

Per questo motivo, e per la sua discrezione, gli è stato dato quasi subito il soprannome di “Mamma Roma”.

-Sono contento che sei passato a trovarmi. La settimana scorsa ho trovato un vino che mi ha fatto pensare a te e non vedevo l'ora di fartelo assaggiare.

Qualsiasi altro al suo posto avrebbe fatto una battuta lusingata o maliziosa, ma Theo non sarebbe Theo se non avesse la capacità che ha di compiacersi dei significati, più che degli atti, e la premura di Ahmed nei suoi riguardi ricorda fin troppo quella di una madre per non meritare almeno un sentito ringraziamento.

-Parlami di questo vino, allora, ne ho davvero bisogno.

E mentre la voce di Ahmed si spande nella stanza come una cantilena snocciolando un racconto che ha il sapore di Roma Nord e il retrogusto torbido di un non-detto di sesso con un cliente che ha scelto come pagamento la via del regalo costoso Theo si rilassa su una ottomana di pelle rosso scuro, ingombrante e lucida come un fegato appena espiantato.

Meraviglioso materiale, la pelle, uno dei tanti che avrebbe voluto imparare a maneggiare.

-La gente di questa città non ti merita, è questa la verità.

-Avresti ragione solo se mi fossi scopato l'intera popolazione maschile. Invece non sono neanche a metà, e nemmeno di quella più interessante.

-Dici che i clienti ricchi sono quelli meno interessanti?

-Una volta ho fatto una marchetta a uno, un operaio della ditta che era venuta quando ho avuto quel problema all'impianto elettrico. Non me l'ha chiesto lui, a dire il vero nemmeno se lo aspettava, ma lo trovavo carino ed era gentile e tutt'ora si sente in debito.

Il vino è rosso tanto quanto la pelle dell'ottomana e si appiccica al palato, costringendo la lingua a ponderare le parole.

-Ma quindi vi siete rivisti, dopo?

-Ci siamo frequentati per un po', sì.

-E quanto tempo è durata?

-Qualche mese, non so bene di preciso. È finita perché non riusciva a credere che le cose fossero semplici così come apparivano.

-Ma perché, per te lo sono veramente?

Dalla gola sale una risata che è come schiuma di champagne.

-Se non lo pensassi non sarei arrivato dove sono.

E nel dirlo affonda le dita nei capelli di Theo.

-Preferisco che tu mi dica quello che hai prima che facciamo l'amore. Non mi piace quando sei pensieroso.

-Perché dovrei avere per forza qualcosa per venire qui?

-Non prendermi in giro, Theo: ti voglio bene, ma odio quando cerchi di offendere la mia intelligenza.

La maggior parte delle persone passa la vita a cercare di nascondere ciò che è e il prezzo che paga per andare avanti giorno dopo giorno, ma il fascino di Mamma Roma consiste invece nella sua ostentata onestà.

Il sesso non è un lavoro e non è un'arte, è un istinto e aiutare a soddisfarlo è ciò che Ahmed ha imparato a fare per necessità.

Non c'è poesia nella prostituzione, se non negli occhi del cliente.

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