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Shosanna

May 2012

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May. 17th, 2012

Shosanna

Utroque Tempore

È il motto dei Capodiferro, una delle famiglie della nobiltà più antica di Roma, quella che affonda le sue radici nel periodo che va tra la caduta dell'Impero Romano e il Medioevo vero e proprio.
La visita a Palazzo Spada (che nasce, appunto, come Palazzo Capodiferro) è stata bella come pronosticato e Dal Passo è stato davvero bravo. Ho amato moltissimo il filo conduttore che ha scelto per la visita, quello del tempo e di come il tema del tempo sia stato sviluppato architettonicamente, pittoricamente e introiettato dai membri principali di questa antica famiglia. Il discorso sulla raffigurazione della Verità svelata dal Tempo e dalla Memoria intesa come Esperienza, e quindi memoria storica, mi ha emozionata e quando poi è partito il paragone col San Giovanni Battista di Leonardo il cervello è andato in tilt. Avrei voluto parlare con lui dell'uso che Leonardo fa della luce, rendendola incarnazione stessa di Dio nelle vesti di Primo Mobile, di Amor che move il cielo e l'altre stelle ma non si poteva, i tempi erano quelli che erano.
Mi ha fatta sorridere la sua raccomandazione di rivederci giovedì a lezione e poi all'esonero, non sono una sua studentessa ma un po' mi piacerebbe.
È una bella persona, mi dà l'idea di saper valorizzare i talenti, la cosa che mi è mancata di più al mio Dipartimento.
Ma sto scrivendo un altro post, uno che non c'entra niente col motivo per cui avevo aperto la casellina, che invece è piuttosto interessante.
Oggi mi sono concessa del sano e incosciente shopping libresco (e un pranzo al ristorante giapponese, ma quello non vale) alla faccia delle spese correnti perché ho avuto un periodo pesante e sentivo l'esigenza di coccolarmi.
Ho trovato tra i classici usati una vecchia edizione delle Storie della Guerra Spagnola di Hemingway a tre euro e qualcosa, racconti che costituirono il materiale di partenza per la stesura di Per chi suona la campana.
Premettendo che Hemingway letto in una vecchia edizione è molto meglio che leggerlo in una delle nuove edizioni fighette degli Oscar Mondadori il rapporto Hemingway-guerra è quello che sto approfondendo in questo periodo per via di Leonard.
Non so se esista in giro qualche volume che li raccoglie ma mi piacerebbe moltissimo, ad esempio, leggere il suo reportage dell'incendio di Smirne. All'inizio di Morte nel pomeriggio dice che la prima volta che Gertrude Stein gli parlò delle corride invitandolo ad andare in Spagna a seguirle lui ebbe un moto di repulsione per via di quello che aveva visto fare ai cavalli durante l'evacuazione del porto. Da quell'esperienza tornò profondamente segnato, colpito dalla malaria e coperto di insetti. Tutta la parte su Caporetto di Addio alle armi pare che venga più da quel che vide a Smirne che da quello che vide sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale.
Ricordando il libro della Arslan la cosa non mi stupisce affatto.
E non mi stupisce nemmeno che in fondo il trauma che lo allontanò inizialmente dalle corride fu poi quello che ve lo fece ritornare: Hemingway era un giornalista che doveva imparare a fare lo scrittore, era un maniaco della precisione, voleva imparare a tutti i costi a fissare l'istante della morte su carta, l'istante esatto, quello che lui aveva visto e sfiorato ma nessuno scrittore era mai riuscito a cogliere davvero, a raccontare davvero.
Leonard vorrei seguisse lo stesso percorso, riscattandosi dalla morfina e l'eroina.
Il soldato che deve re-imparare a vivere, l'uomo che deve trasformarsi in artista.
Ma non volevo parlare nemmeno di questo, a dire il vero.
Assieme alle Storie della Guerra di Spagna ho preso anche la copia cartacea (alla buon'ora) di Festa Mobile, e nella prefazione scritta da uno dei figli ho trovato un passaggio che mi rivela che le considerazione scritte in questo post erano, in realtà, già considerazioni hemingwayane:

In più tarda età, l'idea di una festa mobile divenne per Hemingway qualcosa di molto simile a quello che re Enrico voleva divenisse il giorno di San Crispino per "noi felici pochi": la memoria, o addirittura un modo d'essere, parte di noi stessi, qualcosa che rimanesse dentro di noi, per sempre, dovunque potessimo andare e qualsiasi vita potessimo condurre, e che non potessimo mai più smarrire. Un'esperienza originariamente fissata nel tempo e nello spazio, o una condizione simile alla felicità e all'amore, in seguito poteva essere spostata e portata con sé ovunque si andasse nel tempo e nello spazio. Hemingway aveva molte feste mobili oltre Parigi. [...] Perché il meccanismo funzioni, tuttavia, è necessaria la memoria. Smarrita la memoria, e sapendo che la si è smarrita, è probabile che subentri la disperazione, come un peccato contro lo Spirito Santo. Una terapia con elettroshock può distruggere la memoria, così come lo possono la demenza o la morte; ma diversamente dalla demenza o dalla morte, rimane la coscienza che essa è stata distrutta.

Festa Mobile nel senso della Pasqua, di cosa che non cade sempre nello stesso periodo dell'anno ma in quel preciso momento, con quelle precise persone, e che non tornerà mai più anche se la città e le persone resteranno lì per sempre. L'unica cosa che si può conservare è il ricordo, la memoria che resta sempre con noi come una pietra preziosa.
Ecco, volevo scrivere questa cosa qui e invece è uscito fuori il solito papello illegibile.
Ah, già che ci siamo concludiamo la cronaca della giornata dicendo che ho anche comprato I racconti dell'età del jazz di Fitzgerald e che finalmente ho ricevuto il regalo che aspettavo da tanto: la mia bella copia de I Demoni di Dostoevskij, dalle mani dell'unica persona che poteva avere l'idea di regalarmela. La persona che mi ha portato a Dost, e che mi ha permesso di vivere questa bella giornata.
Grazie di cuore, per l'ultima volta.

May. 14th, 2012

Shosanna

"Chi parla male, pensa male e vive male"

La citazione morettiana riassume perfettamente il senso di questi giorni, in cui son successe cose che non dovevano succedere solo ed esclusivamente per colpa mia e di una mia certa tendenza, peggiorata negli ultimi tempi, all'aggressività verbale (e per fortuna solo quella).
Per questo motivo ho deciso di prendermi un periodo di pausa dalla rete, non credo lunghissimo ma sufficiente a permettermi di fare chiarezza con me stessa, di individuare i problemi e, se possibile, anche qualche soluzione ma soprattutto di riposarmi e recuperare quella lucidità mentale che ho sempre data per scontata e che forse non lo è più tanto.
Statemi bene.


Apr. 26th, 2012

Shosanna

La primavera sta arrivando?

Non lo so però, intanto, è tornato il sole. Quello vero. E le rondini che sono i miei uccelli preferiti.
Mi hanno proposto di imbucarmi ad una visita privata in un posto fighissimo  di cui, se la cosa va in porto, dirò più avanti.
La mamma della Strega mi ha regalato una cosuccia deliziosa e cioè una bottiglia di profumo in cristallo con tappo d'argento punzonato a mano. Manifattura italiana, anni '30.
Davvero: non mi aspettavo questa sorpresa, quando me l'ha messa in mano non ho saputo cosa dire.
Amo gli oggetti che sanno raccontare una storia, e questa bottiglia parla degli anni in cui ha vissuto Leonard, in cui aveva cominciato a fare veramente lo scrittore, in cui forse era riuscito a convivere coi fantasmi della guerra.
Magari era in casa di una delle donne dell'alta società che ha iniziato a frequentare una volta divenuto famoso.
Forse è un segno, chissà.
Intanto ho ritrovato un po' di voglia di fare e non è poco, il lavoro di documentazione aiuta a tenere la testa occupata e l'umore alto.
Per il momento va più che bene così.

Apr. 15th, 2012

Shosanna

Il respiro del sopravvissuto (racconto)

Adesso voglio solo vivere. È una grande fortuna essere vivi, mentre gli altri sono morti. Bisogna saperlo apprezzare.”


Dichiarazione di un sopravvissuto ceceno rilasciata a Anna Politkovskaja.


***


Seduto al tavolo di un piccolo caffè Mikhail non riusciva a stare fermo.

Spostava il peso da una gamba all’altra, allungando il collo in direzione della porta; deluso, corrugava la fronte, giungendo le mani sotto il mento, con la schiena curva e il piede destro che iniziava a battere nervosamente sul pavimento. Infine tornava a rilassarsi, sospirando, e la giostra dei cambiamenti d’umore cominciava un nuovo giro.

Il suo contatto era in forte ritardo: non era la prima volta che accadeva, in passato c’era stato anche chi aveva cambiato idea lasciandolo lì a sostare ore, ma era la prima volta che percepiva, fortissimo, il sospetto che fosse accaduto qualcosa di brutto.

Sentiva il collo sfiorato da un alito gelido, come il respiro di una bestia in caccia, ma quella era una sensazione che si portava dietro da tanto, più precisamente dal rientro dal primo viaggio in Cecenia.

Era il respiro del primo sopravvissuto che aveva intervistato.

Il fetore dei denti marci sovrastava l’odore di ospedale, ma quello che l’aveva colpito davvero era il gelo delle mani che stringevano le sue, del naso che premeva contro la guancia quando la voce non usciva e per ascoltarlo doveva chinarsi sul letto.

Gli occhi sembravano due pietre conficcate nella sabbia, spenti e incolori.

Le parole, invece, erano state lame di coltello piantate nello stomaco: sentire di persona certe cose è molto diverso dal leggerle.

La consapevolezza che la finzione è una coperta corta e logora che non ha il diritto di mascherare la realtà gli aveva dato un senso di vertigine.

Il cinema è il vero oppio dei popoli, questo si era detto Mikhail quel giorno e questo era tornato a ripetersi adesso per ricacciare indietro la paura di essere ucciso.

Perché ciò che lo rendeva così inquieto era la percezione, nettissima, di stare per essere ucciso.

Sentiva, come mai prima in vita sua, il bisogno di bere.

Attirò l’attenzione del barista e ordinò una bottiglia di vodka, che gli portassero pure la più scadente, lo avrebbe aiutato a ricordare i giorni trascorsi a seguito dell’esercito.

La loro verità non era meno atroce.

Ricordava ancora Vasilij, la sua faccia di bambino ingenuo, i capelli rasati a zero e una sigaretta sempre spenta tra le labbra. Scaricava la tensione mordendo e succhiando il filtro, sputando spesso in terra per togliersi il sapore.

Mikhail gli aveva chiesto se si rendesse conto che in quel modo si stava lentamente avvelenando e lui gli aveva risposto che era meglio così, perché dopo quello che aveva passato non sapeva se avrebbe mai avuto il coraggio di tornare a casa e guardare sua madre negli occhi.

E infatti Vasilij guardava solo a terra, seguendo le impronte nella neve come un cane.

Chissà quanti ribelli aveva stanato, in quella maniera, Mikhail non aveva avuto il coraggio di chiederglielo.

Ci sono cose su cui è meglio far calare un’ombra come quella che il barista, tornato con la bottiglia, sta proiettando sulla tovaglia immacolata.

Come quella di un soldato che si ferma a contemplare macchie di sangue che imbrattano la neve.

La guerra non è semplicemente orrore, è prosciugare la vita fino all’osso, riducendola ai minimi termini.

Forse l’attacco di panico che aveva colto Mikhail dipendeva da questo, dalla sensazione di stare vivendo una vita ridotta ai minimi termini, fatta solo di lavoro e sguardi terrorizzati dietro le spalle.

Il ritardo del suo contatto era tale che ormai la luce dei lampadari di cristallo si era sostituita completamente a quella naturale. La folla aumentava facendosi più rumorosa. In quel caffè di inizio Novecento è il peso dei segreti che si porta dentro a sembrare un’anomalia rispetto ai ritmi regolari della vita di tutti i giorni. Mentre decide se restare ancora un po’ o andarsene Mikhail si sofferma su un gruppo di ragazzi che è appena entrato: sembrano provenire da un altro mondo, eppure hanno appena una decina d’anni meno di lui. Sarà perché i loro occhi, a differenza dei suoi, hanno visto solo bellezza.

La Giovane Russia è un vitello nutrito d’ambrosia che si pasce in mezzo a una nuvola, questo è la prima immagine che quella scena richiama alla sua mente.

Mikhail sospira: quand’anche riuscisse a portare a termine la sua inchiesta non saranno quei giovani a leggerla e apprezzarla, e forse nemmeno i loro padri, che già oggi scuotono la testa. Probabilmente nemmeno i soldati come Vasilij, o gli uomini d’affari e i politici che smaschererà a uno a uno. Loro vogliono vivere baciati dal sole del futuro, dalla luce della loro ricchezza.

Loro vogliono soltanto dimenticare.

Tutti vogliono dimenticare, a parte gli idealisti e gli Stolti in Cristo.

A Mikhail piaceva credere di non essere né l’una né l’altra cosa.

Aveva appena deciso di andarsene quando, alzando gli occhi, un nuovo dettaglio cattura la sua attenzione: un cappotto bordato d’astrakan, la linea delle spalle larga come solo quella di un uomo dal fisico allenato. Una figura sconosciuta che si muoveva in un modo stranamente familiare, completamente disinteressato alle persone intorno.

Stava attraversando la stanza come se la stesse sottomettendo, prima con lo sguardo e poi col battere pesante dei tacchi sul pavimento. La schiena era dritta e il mento tirato su in tono di sfida.

Mikhail lo guardava avvicinarsi al suo tavolo e non sapeva se lo stomaco era più chiuso per il terrore o per l’emozione.

Erano mesi che tentava di avvicinare quell’uomo, mesi che raccoglieva informazioni su di lui e sulla sua famiglia ma niente, a parte voci inconsistenti pareva che attorno a lui ci fosse il vuoto pneumatico.

Aleksej Sergevich Akunin, l’industriale più ricco di Russia.

Uno dei pochi imprenditori che non ha mai fatto nulla per nascondere la propria vera identità, incisa sulla pelle in forma di tatuaggi criminali.

Gli Akunin sono, infatti un’antica famiglia di “ladri nella legge” di origine siberiana, tra le poche ad essere sopravvissute ai cambiamenti del paese aumentando a dismisura il proprio potere, pare proprio grazie alle straordinarie abilità del nuovo capofamiglia.

Ha lo stesso amabile sorriso delle foto mentre scosta la sedia senza salutare e senza chiedere permessi di sorta, come se loro due si conoscessero da sempre.

-Ha già ordinato da bere? Peccato, speravo di poter essere io a offrirle qualcosa.

Incurante della risposta fa un cenno al barista ordinando due whisky.

-Lei ha viaggiato molto, dovrebbe lasciare certe cose ai poveri disgraziati.-, aggiunge indicando la bottiglia di vodka e il bicchiere appena toccato.

-Che vuole?- Riesce finalmente a dire Mikhail, tirando fuori chissà da dove la forza di parlare. Akunin non era, ovviamente, la persona che stava aspettando ma era, piuttosto, quella sui cui movimenti il suo contatto doveva tenerlo aggiornato. La spavalderia di presentarsi in quel locale affollato al suo posto la dice lunga sul livello di impunità a cui è abituato, che poi è ciò che ha spinto Mikhail a intraprendere il mestiere di giornalista d’inchiesta, nella vana speranza di fermare almeno in parte la corruzione in cui la Russia stava annegando dai tempi della fine della Guerra Fredda.

-Non mi guardi così,- parla col tono cantilenante che di solito si rivolge ai bambini –voglio solo brindare alla sua salute. La seguo da tanto, sa?

Il barista arriva con i bicchieri, e il Vor alza il proprio ammiccando con l’aria di chi si sta divertendo un mondo.

-Anch’io la seguo da tanto,- ribatte Mikhail, allontanando il bicchiere e se stesso, -ma mi scuserà se non ho voglia di brindare alla sua come lei ha voglia di brindare alla mia.

Akunin non risponde, si limita a bere un altro sorso con lo sguardo piantato in quello di Mikhail. Non sembra arrabbiato né infastidito, in fondo nulla di quello che il giornalista potrebbe scrivere potrebbe davvero nuocergli, è lì solo per un atto di spavalderia, o forse solo per abitudine, il riflesso condizionato di chi ha iniziato la carriera criminale troppo presto, avendo smania di farsi giustizia da sé. Trattiene per qualche secondo il liquore sul palato prima di inghiottirlo, assorbendone tutte le sfumature di sapore con gli occhi socchiusi.

-Lo sa?- Si decide a dire, -lei, in fondo, mi fa pena.

-Anche lei, se vuole saperlo.

Mikhail si sente ferito nell’orgoglio, avrebbe preferito leggere rabbia sul viso di quell’uomo piuttosto che quella pietà affettata, priva di qualunque reale compassione, simile a quella che si potrebbe provare per un randagio investito ai margini della carreggiata.

-È convinto di essere un grand’uomo e dal punto di vista materiale lo è, su questo non ci sono dubbi.-

Mentre parla Mikhail si sporge timidamente in avanti, rimanendo però con la mano aggrappata allo schienale della sedia.

-Ma dal punto di vista umano lei è uno schiavo. È convinto di aver piegato la famiglia al suo volere, quando invece non si rende conto che sono stati loro a fare di lei esattamente ciò che desideravano.

Akunin a quelle parole piega le labbra in un sorriso.

Mikhail, invece, le morde per la rabbia.

-Lei è una marionetta mossa dal Codice che l’ha forgiata.

-È anche psicologo, non mi dica.

-Anche, sì. Ad esempio: come si concilia l'essere bisessuali con l'andare a braccetto con un uomo come il Presidente Putin?

Akunin scoppia in una sonora risata, rovesciando all'indietro la testa.

Da sotto il colletto della camicia spunta il disegno di un filo spinato: Mikhail sa che le spine rappresentano gli anni di carcere.

-Lo ammetta: lei è attratto da me e vuole un appuntamento, non è così?

Per prendere in giro Mikhail ammicca facendo l'occhiolino.

-Ovviamente no, però trovo curioso che lei abbia pubblicamente dato l'assenso a delle leggi che ledono anche i suoi diritti.

-E mi chiede del Presidente?

-Domanda ad effetto.

-Su di me i suoi trucchetti non fanno effetto, dovrebbe saperlo. O non sarei qui seduto a pagarle da bere.

Mikhail avrebbe voglia di prendere la bottiglia e rompergliela in testa, tanto è la rabbia che quell'uomo gli accende.

-Comunque, per come la vedo io e un certo numero di antropologi, siamo tutti marionette mosse dal Codice che ci ha forgiati.

Akunin appoggia il mento sulla mano, puntellandosi sul gomito in una posa elegante.

-Mi permetta di raccontarle come sono andate le cose nel mio caso, in modo che possa scrivere la verità.

-Non mi interessa scrivere la sua verità.

Akunin si aspettava quella risposta.

-La verità non ha appartenenza e lei dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro. Vuole farmi passare per il cattivo della situazione? Faccia pure, non glielo impedirò, non ho interesse a fare del male a qualcuno che non è fisicamente in grado di farne a me, ma almeno eviti analisi da quattro soldi e si limiti a riportare i fatti.

Tira fuori dalla tasca interna della giacca un portasigarette d'oro e un accendino e, senza nemmeno fingere di offrirne una a Mikhail, si accende una sigaretta in tutta calma.

-Sono nato in una famiglia criminale così come lei è nato in una famiglia di intellettuali. Ho proseguito ciò che ha iniziato mio padre esattamente come lei ha intrapreso la stessa carriera del suo. Ho raggiunto il vertice della mia catena così come lei ha raggiunto il vertice della sua. Cosa ci differenzia se non la manichea distinzione tra bene e male? I panni del finto proletario la marchiano almeno quanto i miei tatuaggi, dicono esattamente chi è, dove ha studiato, in che valori crede, e anche il suo sguardo tradisce la stessa arroganza che lei attribuisce alle persone su cui indaga.

Mikhail fa per ribattere ma Akunin lo blocca con un cenno della mano.

-Gliel’ho detto: la seguo da molto. So tutto di lei: la sua famiglia vive in America e lei ha insistito per tornare in patria a tutti i costi.

-Ci tenevo a cambiare le cose, mica come lei che è fuggito in Europa.

-Se fossi fuggito come lei dice ora non sarei seduto qui, non le pare? E se fossi la persona che crede avrei provveduto a farla eliminare da un sicario, senza prendermi questo disturbo.

-Perché non l’ha fatto?

Mikhail è disorientato, le mani sono strette attorno al bordo del tavolo e lo sguardo è minaccioso, ma non ha davvero idea di come si chiuderà davvero quell'incontro.

Solo uno stupido potrebbe fidarsi della finta cordialità di Aleksej Akunin.

-Voglio dare una lezione a lei e a tutti i tipi come lei. Una lezione su come si sta al mondo, come si sopravvive, come si lotta realmente dall’interno per cambiare le cose, senza sollevare polvere e frignare se la gente, per tutta risposta, starnutisce.

Tra i due cala un silenzio così teso da far abbassare, per riflesso, il volume generale delle conversazioni nel salone.

-Lei è completamente fuori di testa.

-Apprezzo la sincerità.

Adesso è Mikhail che cede alla tensione nervosa iniziando a ridere.

Akunin, invece, assottiglia lo sguardo come un predatore.

-Non sono molti gli uomini che affrontano la morte ridendo.

Mikhail si strozza con la sua stessa saliva.

-Intendo la morte di un proprio collaboratore. Probabilmente lo aveva immaginato, ma mi duole comunicarle che il signore che doveva incontrare qui ha avuto un terribile incidente ed è probabile che non sopravviva alla nottata.

Akunin si è chinato per sussurrargli quelle parole direttamente all'orecchio e per impedirgli di cadere lo ha afferrato saldamente per una spalla.

Mikhail si imbatte in tre piccoli teschi e un crocifisso, voltando lo sguardo verso l'uscita del locale. Sono i segni impressi sulle mani, le prove materiali che quelle dita forti hanno ucciso, e più di una volta.

-Era questa la lezione? Uccidere qualcun altro al posto mio e poi venirmelo a dire in faccia per vedere l'effetto che fa?

Aleksej Akunin sorride dolcemente e la sua, paradossalmente, sembra una dolcezza sincera, la benevolenza di un sovrano magnanimo, di un dio benevolo nei confronti dell'Apostolo scettico.

-Non proprio. E comunque le ho detto che il suo contatto ha avuto un incidente.

Mikhail non riesce a trattenersi e gli tira un pugno.

Non è granché come boxeur, ma quello che gli interessa è colpire il suo ego.

Le nocche battono sul mento e probabilmente è lui quello che sta provando il dolore maggiore ma non gli importa, la soddisfazione di averlo messo in imbarazzo di fronte a tutti non ha prezzo.

Ma Akunin è talmente bastardo da non lasciarsi toccare da quella provocazione, sorride al gruppo di ragazzi facendo loro cenno di non aver bisogno di aiuto, si tocca la mascella simulando una smorfia di dolore e poi china il capo per complimentarsi con Mikhail.

-Scommetto che adesso è un uomo felice, non è così?

-Affatto.

-Però si è tolto una piccola soddisfazione.-, lo incalza Akunin, battendo una mano sul ginocchio. -Bene, ora siamo pari, sta di nuovo a me.

E gettando la maschera dell'uomo generoso indurisce i tratti del viso fino ad assumere un'espressione minacciosa.

-Il suo informatore era un vile doppiogiochista, se è onesto come dice nemmeno lei piangerà per la sua morte. Se è in fin di vita all'ospedale è per quello, e perché è un pessimo guidatore, non certo per ciò che avrebbe potuto rivelare sul mio conto.

Si china di nuovo lentamente verso il viso di Mikhail, afferrandogli entrambi i polsi per impedirgli di alzarsi in piedi e fuggire.

-Il suo caso, invece, è molto diverso: lei è bravo, ha stoffa, le dirò che al di là delle imprecisioni i suoi pezzi mi piacciono anche. Ed è proprio per questo che sono venuto qui a darle un'opportunità, perché nonostante sia un fighetto figlio di papà non riesco a disprezzarla.

Mikhail spalanca gli occhi e la bocca, dibattendosi e cercando ossigeno come un pesce.

-Le do due possibilità: o fa le valigie e se ne torna in America dai suoi genitori, magari rivolgendo le sue attenzioni alla CIA, all'FBI o direttamente alla Casa Bianca oppure...

-... Oppure avrò anch'io uno spiacevole incidente?

Akunin si allontana infastidito.

-No, quella la consideri un extrema ratio.

Mikhail scuote la testa, stordito.

-Allora... la seconda possibilità?

Chiede incredulo, con un filo di voce.

-Cerchi un modo nuovo di scrivere i suoi articoli. Gioco a scacchi da quando sono in fasce, so apprezzare un buon avversario quando lo incontro.

Mikhail non sa che ribattere, non crede a una sola parola di ciò che Akunin gli ha appena detto.

Akunin lo sa e gongola al pensiero delle notti insonni che passerà l'altro a causa sua.

Ma non sta affatto mentendo, lui spera veramente che Mikhail trovi un modo nuovo di scrivere, un modo nuovo di cambiare la Russia e i russi.

Tanto a lui non interessa più, l'ultimo legame col suo paese era farvi ritorno per vendicare suo padre e riprendersi ciò che era suo, e questa è una fase della sua vita che si è conclusa da tempo, coi resti di suo cugino Ivan divenuti cibo per randagi in una chiesa sconsacrata del loro paese natale, Kurgan.

-Così è vero? Sta per lasciare il paese una volta per tutte?

Mikhail sembra avergli letto nel pensiero.

-No. Sono solo un miliardario annoiato, giocare con la sua vita mi ha riempito il pomeriggio.

Mikhail non gli crede di nuovo, ma stavolta per motivi diversi: sa che dietro quel comportamento ci sono i precetti del Codice.

Aleksej Akunin è uno strano uomo, cerca di piegare le regole del suo mondo al suo volere restandovi, tuttavia, imbrigliato.

Come una marionetta, appunto.

-Mi fa piacere che si sia divertito, ma questo non è riuscito a renderla ai miei occhi più simpatico. Mi duole dirglielo,- e a Mikhail duole davvero, sente pesare le parole in bocca come se fossero farcite di piombo, -ma nonostante la sua generosa offerta non cambierò paese, né modo di scrivere. E nemmeno bersaglio.

Akunin, che si era già alzato pronto a pagare il conto e andarsene resta immobile, le dita della mano destra strette attorno allo schienale della sedia.

-Lei ha venduto all'esercito russo armi che hanno ucciso persone che ho conosciuto di persona, e a cui mi ero legato. So che non pagherà mai per questo, ma non mi importa. So che morirò per questo, ma non mi importa lo stesso, per quanto ci faccia paura la morte è un fatto inevitabile.-

Anche Mikhail si alza, pronto a chiudere lì quell'incontro senza concedere altro spazio alle repliche.

-La gente di questo paese, tuttavia, deve conoscere certe storie, che lo voglia o no, che se ne lasci segnare oppure no. Le storie delle persone che ho conosciuto e che sono morte meritano di essere raccontate, il modo in cui le armi circolano ignominiosamente deve essere fissato su carta, fosse anche come lettera morta. Lo scopo della mia vita è questo, Signor Akunin, il codice morale di cui sono marionetta è questo. Opposto al suo, di grado inferiore secondo la scala gerarchica del Potere, ma è il sistema in cui sono stato cresciuto. È il sangue che mi scorre nelle vene, e spargerlo sull'asfalto contribuirà a diffonderlo.

Supera Akunin senza degnarlo di uno sguardo, tirando dritto.

La mente è ingombra di nomi e volti, di sguardi vuoti a cui ha promesso voce e giustizia.

Il cinema è l'oppio dei popoli e può aiutare soltanto l'elaborazione di qualcosa che è il giornalismo che ha il dovere di analizzare.

Come il respiro di un sopravvissuto che porta con sé racconti di morte che nessuno vuole ascoltare.

Dec. 25th, 2011

Dalì

Auguri!

Quest'anno facciamo le cose per bene, con un regalo che, pur essendo poco natalizio, direi che è comunque meritevole: Dalì incontra Walt Disney. 
Buone feste, vi auguro di trascorrerle al meglio, con le persone con cui volete stare e nella maniera che più vi rende felici.


Nov. 15th, 2011

Giuditta

Ladri di ali

Poiché, rileggendo i termini della liberatoria, non c'è niente che mi vieti di renderlo pubblico, ho deciso di rendere disponibile sul blog il racconto pubblicato nell'antologia "Niente è come prima", editore Ur.

Ladri di ali
 
L’orologio a muro fa un rumore infernale. È uno di quegli oggetti dozzinali dal vetro di plastica e il quadrante di cartone, eppure nel contesto di quella scuola così malandata sembra spiccare come un oggetto di gran gusto.
Ora che nella stanza regna un silenzio pesante quel ticchettio pare essersi fatto più lento, come se volesse annunciare la fine del mondo. La fine del mondo di un ragazzino di nome Anton.
È seduto in Sala Professori, con la schiena dritta e le braccia penzoloni, il capo appena reclinato in avanti e negli occhi lo spavento e la confusione di Pinocchio appena arrestato dai carabinieri. E in effetti la situazione non è molto diversa.
Anton solleva timidamente lo sguardo per puntarlo in direzione della Professoressa di italiano, che in questo momento, anziché essere in classe a spiegare, si trova lì con lui, in piedi accanto alla Preside. Lo sta guardando proprio come se fosse un burattino di legno dal naso esageratamente lungo per via delle troppe bugie. Anton, in realtà, di bugie non ne ha mai dette più di quante non ne dica in media un qualsiasi ragazzino di tredici anni, ma quella deformità che vede riflessa negli occhi dell’insegnante se la sente cucita addosso lo stesso. Fin dalla nascita.
Anton appartiene, infatti, a quella categoria di persone che vive come schiacciata tra due muri: quello della cultura della famiglia di appartenenza e quello del paese in cui è nato e intende vivere. Non si tratta di muri identici per materiali e spessore, molto dipende dal paese d’origine, dalla zona di residenza e dal ceto sociale.
La famiglia di Anton è rumena, il che vuol dire che sua sorella non viene fermata per strada perché indossa il velo, ma suo fratello è stato più volte rimproverato per essere stato sorpreso a bivaccare sotto casa con una bottiglia di birra in mano. Anton, che detesta il fiato che puzza di alcol si è trovato ingenuamente d’accordo con quelle proteste, ignorando ancora quanto sia infido il terreno del pregiudizio.
La Professoressa di Italiano gli rivolge una domanda, rompendo il silenzio e smorzando come per incanto il ticchettio dell’orologio.
“Hai capito che ti ha chiesto la Preside?”
La domanda suona strana. Lei più di tutti sa quanto Anton comprenda perfettamente la sua seconda lingua, quanto addirittura la consideri seconda solo in ordine cronologico e quanta cura ci metta per eliminare ogni traccia di accento dalla sua pronuncia.
“Sì, ho capito”.
“E allora perché non rispondi?”.
Anton solleva il mento di scatto, schiude le labbra per dire qualcosa ma poi si blocca, sospirando. I suoi genitori gli avevano detto di stare attento e non farsi troppe illusioni. Di non fidarsi di nessuno, soprattutto di chi sorride in maniera gentile.
“Perché non so che dire”.
“Abbiamo trovato il telefonino di Michela nel tuo zaino e tu non sai che dire?”.
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Nov. 12th, 2011

Giuditta

S'è desta

Se stasera si è arrivati alle tanto attese dimissioni di B. non è perché l'han chiesto i mercati internazionali, ma perché nei mesi scorsi c'è stato un risvegliarsi generico delle coscienze che a buona parte di chi sostiene che tanto non cambierà mai niente è, evidentemente, sfuggito.
Le manifestazioni studentesche dell'autunno dell'anno scorso.
Se Non Ora Quando.
Gli Indignati.
Le continue proteste dei lavoratori.
Il Maestro Muti e il discorso contro i tagli alla cultura (video di sotto).
Le amministrative e i referendum.
La politica, imprimetevelo bene nella zucca, arriva sempre per ultima.
Che sia l'inizio di un nuovo Rinascimento, che abbia tutta la passione del Risorgimento.
Questo io auguro all'Italia che verrà, stasera.



Nov. 2nd, 2011

Shosanna

Di inizi, rituali, dignità e pacchetti non ancora giunti a destinazione

Ok, non entriamo nel panico: non è mica detto che se non è arrivato oggi è andato perso... magari arriva domani.
Magari arriva venerdì che sono a Roma dalla mattina, e sicuro che i miei lo scarteranno al posto mio, e... e... e niente, calma e sangue freddo.
Il punto è che questa storia del concorso e del racconto pubblicato e dell'antologia con una mia frase in quarta di copertina è l'unica ad aver avuto un lieto fine in un anno, il 2011, che sembra quasi la celebrazione della Legge di Murphy.
E sì che battere le annate precedenti non era per niente facile.
Per cui al netto di tutte le considerazioni realistiche (e cioè che questo libro non cambierà di un milionesimo di millimetro le sorti dell'editoria italiana, non tirerà fuori geni della letteratura, non spalancherà porte ai suoi autori ma, soprattutto, non venderà una copia al di fuori del circuito EFP) ci tenevo comunque a vedere l'effetto che fa aprire un libro e trovarci scritto il tuo nome, e vedere stampate con una qualità migliore di quella della mia sgangherata stampante parole che sono le mie parole e pensieri che sono i miei pensieri.
Dopotutto questo concorso e questo racconto sono pur sempre una scommessa vinta e in tempi di magra come questi ricordare a se stessi che ogni tanto si ha ragione non è cosa da poco.
Soprattutto perché questo mese devo lavorare a due scommesse abbastanza simili, un racconto per l'Almanacco Guanda e il concorso per il soggetto del nuovo film di Coliandro.
Che davvero, sarebbe lungo spiegarvi cosa rappresenta per me Coliandro, quanto ci terrei a poter creare per lui una storia e a veder giudicata, magari positivamente, una mia idea da Carlo Lucarelli, ma forse anche no e allora diciamolo: ai tempi in cui su Ysal postai "Ho avuto paura" (che poi sarebbe la mia prima storia originale) c'era chi voleva farla leggere proprio a Lucarelli, c'era chi credeva in quello che scrivevo più di quanto non ci credessi io e non solo per amicizia: Tom, il quasi consorte di Lu ancora continua a chiedermi quand'è che finirò quella storia.
Perché lui, poliziotto che manco sa cosa sia lo yaoi quella storia la leggeva e apprezzava, pur con tutti i suoi difetti di trama e stile che oggi, chissà, forse oggi sarei in grado di arginare.
All'epoca avevo il personaggio e il potenziale ma non sapevo bene come gestirlo e, soprattutto, non avevo autostima sufficiente per crederci e andare fino in fondo.
Il racconto pubblicato in quell'antologia, pur con tutti i limiti che non smetterò mai di elencare per prima dimostra che ora le cose sono diverse: io adesso in quello che scrivo ci credo, in questi anni ho studiato un po' il mercato editoriale, so che partecipare a concorsi non spalanca automaticamente porte ma crea un curriculum che può suscitare l'attenzione di un editor qualora decidessi di inviare un romanzo.
Non so cosa accadrà da qui alla fine dell'anno con i progetti che ho in corso, ma so che qualcosa si è innescato ed è qualcosa che potrebbe portare alla creazione di una vera carriera letteraria.
Non è affatto poco, a ben vedere.
Non è ancora poter dire di aver realizzato un sogno, ma è qualcosa che comincia ad assomigliarci parecchio.
Per questo credo che passerò i prossimi giorni appiccicata alla finestra della cucina per vedere se e quando arriverà il corriere.
L'autostima ha bisogno dei suoi rituali e i rituali prevedono sempre il sacrificio di una parte consistente della propria dignità.
Anche questo fa parte del gioco.

Oct. 24th, 2011

Herr Mozart

La bottiglia di olio

Vi mi aveva dato una pacca sulla spalla e aveva detto: "Buon per te. Mandali al diavolo. Finirai finalmente il tuo libro. Fregatene delle loro bottiglie di olio". Quest'ultima frase era un riferimento a Le Rane, la commedia di Aristofane che stava rileggendo durante le vacanze per il suo prossimo progetto. Nella commedia, Dioniso scende negli inferi e organizza una gara tra i defunti poeti Eschilo ed Euripide per decidere chi sia il miglior tragediografo e chi, quindi, dovrà tornare sulla terra per salvare Atene. A ciascuno toccherà denigrare il lavoro dell'altro. Euripide dice che Eschilo era troppo cupo, angosciante e sopra le righe, Eschilo dimostra come le storie di Euripide, intelligenti ma rigidamente schematiche, in definitiva raccontassero tutte di un tizio che perdeva una bottiglia di olio. Pareva insomma che ogni storia seguisse uno schema che iniziava con un conflitto e finiva con una risoluzione: come perdere una bottiglia d'olio e poi ritrovarla.

Scarlett Thomas, Il nostro tragico universo

Oct. 15th, 2011

Shosanna

Guerra e Pace in Piazza San Giovanni

Poche foto scattate rapidissimamente prima di essere quasi investita da un pulmino (non della polizia, ci tengo a precisarlo) e da una folla terrorizzata, il suono delle esplosioni nelle orecchie, le colonne di fumogeni e di idranti, la folla che quasi mi travolge, le gambe che tremano, il cervello che va in blackout e si trasforma in telecomando ("infilatinellametroinfilatinellametroinfilatinellametro"): è la prima volta che mi trovo in mezzo agli scontri di una manifestazione, per fortuna mi è andata meglio di altre persone di mia conoscenza ma è comunque un'esperienza che non auguro a nessuno... 
Foto )

(Una galleria migliore, comunque, la risposta della bellezza alla violenza la potete trovare qui ad opera della Viaggiatrice.)

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