Sarà che mai come in queste settimane mi manca mio fratello.
Sarà per quello che abbiamo passato con nonna.
Sarà perché oltre quello che abbiamo passato con nonna questo è stato un anno stancante sotto tutti i profili.
Sarà che mi sento come la pallina di un flipper dopo una lunga partita conclusa male.
Sarà per tutto quello che volete ma a me, questo più di altri anni, il parentume ha letteralmente rotto i coglioni.
Abbiamo scaldato il latte.
Ce lo siamo bevuto inzuppandoci un poco di pane. Poi lei si è fatta il giro della casa per spengere le luci, si è spogliata e si è messa a letto. Anch'io mi sono spogliata. Ho tolto le scarpe e le ho infilate dietro il comodino, nell'ombra lucida appena rischiarata dall'abat-jour, la luce francese che piace a mia madre. Ho sfilato i pantaloni, li ho piegati e appoggiati sopra la sedia. Ho sfilato anche la camicia e l'ho messa a cavallo della spalliera. Ho tolto la canottiera dalle mutande e poi ho tolto anche quelle.
Mi spogliavo e mi sentivo leggera. Avrei continuato a spogliarmi, se fosse stato possibile. Mi piaceva la luce forestiera di quella stanza, l'odore da vecchia che emanava mia madre. Mi sarei sfilata la pelle come un cappotto e l'avrei appesa alla stampella. A scuola ci insegnano che abbiamo quattrocento muscoli. Me li sarei tolti uno per uno come i fazzoletti sporchi dentro alle tasche. E le ossa? Sono un po' di meno e nel corso della vita alcune si uniscono, ma sono tante lo stesso. Solo nel piede ce ne stanno cinquantadue. E io le avrei messe in un secchio al lato del letto. Anche le vene, le avrei tirate via, raggomitolate e messe in un cassetto. E poi la stanchezza che mi pesava come un maglione e tutti i pensieri che c'avevo addosso li avrei sbrogliati e appoggiati per terra.
Mia madre si sarebbe svegliata prima dell'alba, avrebbe fatto il bucato. Lei è capace di lavare ogni cosa. Mia madre ha una grande pazienza. Sa quali colori possono essere messi insieme nello stesso cestello, conosce la giusta temperatura, quando evitare la centrifuga, come usare la varechina e l'ammorbidente, come stendere i panni per dargli la piega e non farli scolorire mentre asciugano al sole.
Sarebbe suonata la sveglia, mi sarei alzata dal letto tornando a indossare ogni cosa. Le ossa sbiancate che odorano di lavanda, i muscoli morbidi come una sciarpa di cachemire, le vene lucide e il sangue di un rosso che non ha stinto per niente, ma anzi ha ripreso il colore di quando era nuovo, la pelle smacchiata e ben tesa su tutto il corpo, senza neanche una piega sbagliata. Anche la faccia. Anche la bocca. Scomparsa pure quell'imperfezione, il labbro leporino, la magagna. Ma non con l'operazione del dottore di Barbie. Ci volevano le mani preziose della madre per togliere il marcio.
Sarei scesa dal letto e prima di infilare le scarpe e i vestiti avrei controllato bene di aver rimesso ogni cosa al suo posto. Tutta la vita con tutti i suoi pezzi lavati, asciugati e stirati. L'odio e le unghie, la memoria e i capelli, la paura e la lingua, i denti e la rabbia, la coscienza pulita e profumata di buono.
(Ascanio Celestini, Lotta di classe, pp.113-114)



